giovedì 7 dicembre 2017

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 35 TORINO FILM FESTIVAL, 24/11-2/12/2017. DON'T FORGET ME

Tit. or.: Al tishkechi oti. Di Ram Nehari.

Tom è una ragazza insofferente della clinica in cui è ricoverata insieme ad altre con disturbi alimentari (nutrirsi non è il suo forte). Neil è un ragazzo con dei problemi mentali (non subito chiari e definiti, per lo spettatore), che è sicuro di essere in procinto di entrare nella band di un conoscente, dal quale si presenta con una tuba portata sulla schiena. I due ragazzi, insieme alla modella fidanzata del musicista, fanno una visita alla clinica, dove Tom attacca conoscenza, in modo spiazzante, con Neil, per poi “evadere” insieme a lui. Nella notte che trascorreranno fuori a Tel Aviv e che ha come tappa un mal riuscito ritorno dai genitori di lei, abbozzeranno una relazione e penseranno a un futuro insieme, dovendo però fare i conti col peso di ciò che sono.
Scritto e diretto da un israeliano in Israele ma co-prodotto con Francia e Germania, Don't Forget Me è il film che ha vinto l'ultima edizione del TFF ed è effettivamente tra i titoli più graditi visti tra i nuovi dallo scrivente, uno di quelli che sono andati oltre la barriera del buon film che lascia tiepidi, attraverso una marcia in più. Nehari, apprendiamo dal catalogo, ha esperienza di cortometraggi realizzati con persone dai disordini mentali e, fan di commedie romantiche eccentriche, teneva al far ridere come mezzo per far arrivare l'umanità dei personaggi. Cui introduce con inquadrature e sequenze lunghe, che potrebbero sembrare un poco gratuite o temporeggianti ma in realtà sono utili a farci entrare nel loro mondo, in senso fisico per quanto riguarda la clinica di lei, (con le meccaniche domande su salute intestinale e mestruazioni), e danzando intorno alla personalità di lui nel negozio.
A casa di lei, più avanti, troviamo due genitori che si rivelano acidi e dalla mentalità “complicata”. Chi sembra più sano, insomma – e comunica in modo meno ambiguo – , non è detto lo sia (anche ascoltando gli sproloqui dell'amico estroverso e un po' sessuomane può sorgere questo pensiero), ma il film non va a parare in questa banale direzione. I protagonisti hanno effettivamente dei problemi a vivere, fanno un passo più lungo della loro gamba, senza una base solida dentro di loro, né esperienza di vita, che li possa sorreggere. Infatti non è propriamente una commedia, perché l'amarezza è tanta, e non è propriamente una storia d'amore, sia per lo sviluppo (il sesso arriva prestissimo, ma per decisione di lei, che lo considera con distacco, una cosa che si deve fare e uno strumento) sia perché risulta soffocata e senza un happy end, come se per i due ci fosse giusto il tempo di piacersi sì, e di capirsi un po' (e per noi di capire loro) prima che la vita chiuda, almeno temporaneamente, una pagina.
Se Neil, che sembra sperduto nonostante occasionali momenti in cui cerca di sfoderare sicurezza di sé (e prima di quel che fa verso la fine), suscita tenerezza, lei ha un carattere più forte ma imprendibile: capace di essere molto acida, è franca e presuntuosa, ma il pensare di sapere come vivere (quel che le basta per nutrirsi) e il promettere di farlo come le persone “normali” non evita un fallimento penoso. Una delle scene migliori comunque è affidata a lui: quando loro due sono sul bus e lui si apre descrivendo i suoi problemi passati e le sue visioni, mettendo a disagio perché è lì che si rivela più chiaramente disturbato. Esemplificativo di un film rispettoso e onesto nei confronti di questi personaggi. Che sono due personaggi interessanti, grazie ai quali ti ritrovi tirato dentro Don't Forget Me senza quasi accorgertene, in un'oretta e mezza che sembra durare meno: perdonabile l'espediente un poco ruffiano del cantastorie per addolcire il finale.
Moon Shavit (Tom) e Nitai Gvirtz (Neil) sono stati premiati come migliore attrice (ex aequo con la Emily Beecham di Daphne) e miglior attore, appropriatamente perché sono bravissimi.
Alessio Vacchi

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 35 TORINO FILM FESTIVAL. BLUE KIDS

Italia 2017. Di Andrea Tagliaferri.

Fratello e sorella vengono esclusi dall'eredità della madre, e il padre se ne frega delle loro rimostranze (che lavorassero, piuttosto). Si decidono allora, con scarsissime remore, per un'azione estrema, punitiva, coinvolgendo come complici prima un ragazzo e dopo una giovane (Matilde Gioli), che si ritroveranno in balìa delle loro bizzose decisioni criminali.
Tagliaferri, che co-sceneggia, è da anni aiuto regista di Matteo Garrone, che con la sua Archimede produce questo esordio (insieme a RaiCinema). Esordio che per qualche aspetto ne ricorda un altro, italiano e in concorso lo scorso anno, I figli della notte: contestate (Blue Kids ha schifato alcuni, ha fatto partire dei fischi, mentre altri lo difendono sostenendo “imperfetto ma...”) opere prime di registi che sembrano voler lasciare un segno “utilizzando” per la prima volta la macchina da presa in un modo vistoso. Il film è infatti estremamente concentrato sull'aspetto visivo: Tagliaferri ama giocare tra quel che a fuoco e quel che non lo è (ad esempio nelle inquadrature in cui è fuori fuoco quel che non è in primo piano e lo sono i volti che si affacciano vicino alla camera), tra quel che è in campo e quel che lascia fuori (esempi: la cerebrale scelta di lasciare praticamente ai margini il fattaccio principale, o la sorella che si sveglia mentre di là si sta facendo l'amore). Insomma, non è che qui manchino idee di regia, anche nel solco di un certo cinema contemporaneo attento all'immagine studiata o seducente (vedi il padre al lavoro circondato dai pulcini, o l'immancabile [?] passaggio con la protagonista che canta, su un palco). Ma questo mettersi in mostra come regista, trascurando la scrittura alla lunga non si rivela vincente, producendo un risultato carente e con un che di asfittico, nonostante Tagliaferri ogni tot posi lo sguardo sugli ambienti che circondano i luoghi della vicenda, e stemperi, cercando il dolente, con le (belle) note in colonna sonora.
Di per sé si può considerare apprezzabile la scelta di una storia nera, con due protagonisti negativi, di bell'aspetto ma di fatto freddi, chiusi assassini (a margine c'è il loro modo non convenzionale di vivere la sessualità: lei è lesbica e il personaggio della cameriera Gioli viene condiviso dai due), con cui non si empatizza. Storia abbastanza essenziale (il film dura appena 75') ma resa più significativa, almeno nelle intenzioni, dallo stile. Se il fatto che i personaggi del film non abbiano un nome può suggerire un che di universale, al di là di suggestioni cronachistiche, resta che i due non risultano né rappresentativi di qualcosa come un disagio giovanile, societario, contemporaneo, e neppure ne esce un buon ritratto di due personalità: il disegno dei personaggi è vago, e non basta il pensare che sia cosa intenzionale, anche perché pure un accenno di approfondimento, come il ritornare consolatorio dalla nonna che li riporta a quand'erano bambini, resta lì, appeso. I dialoghi non sono molti, ma qualche volta deludono, andando nel didascalismo, così come non persuadono alcune svolte di sceneggiatura (la sorte della cameriera), un debole finale aperto o volendo anche una situazione che sembra di riporto come lui che si incazza con lei una volta giunti nel “rifugio”nel riporto (quando lui si arrabbia con lei..).
Lo sguardo tra l'ambizioso, il distante e l'amorale del regista va alla ricerca di un mood, ma è come se Blue Kids fosse un esperimento di cinema fatto di più componenti, non tutte malvagie, che però insieme non quagliano in un film riuscito. Tra i due protagonisti, è Agnese Claisse, rispetto a Fabrizio Falco, a bucare di più lo schermo.
A.V.

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 35 TORINO FILM FESTIVAL. THICK LASHES OF LAURI MÄNTYVAARA


Tit. or.: Lauri Mäntyvaaran tuuheet ripset. Finlandia/Francia 2017. Di Hannaleena Hauru.

Le giovani amiche Satu e Heidi (più maschiaccia la prima, bella bionda l'altra) sabotano feste di matrimonio, avverse a una concezione “commerciale” di quel che dovrebbe essere un passo importante di cui poi ci si rischia di pentire. Soprattutto la prima, che considera l'amore con distacco. Quando Heidi si innamora di un giocatore di hockey su ghiaccio, l'amica entra un po' in crisi. Ha dei dubbi su di lui, poi aiuta il ragazzo a sciogliersi dai gioghi del dovere e avviare realmente un rapporto con Heidi, ma Satu ha difficoltà a fare i conti con i propri sentimenti. In questo non è sola, e quando le cose non vanno come si vorrebbe, o non si riesce a instradarle nelle direzioni desiderate, ne risentono anche i rapporti interpersonali.
Scritto e diretto da una esordiente (classe 1983) e presentato in “Festa mobile” sotto l'egida del TorinoFilmLab, è uno dei film tutto sommato più trascurabili tra quelli visionati in questo festival. Commedia con qualche simpatica apertura surreale più che altro nella prima parte (con dei gattini come leit motiv) ma che poi, nonostante parentesi quali un passaggio addirittura “meta” (la ri-messa in scena di un abbraccio visto poco prima, per analizzarlo, attraverso un attore “anonimo”), si guarda senza convinzione. Si è dalle parti di un film per ragazzi, dominato dalla logorrea di una protagonista dalla voce poco gradevole (diciamo: viva le persone imperfette al cinema? Oppure che c'è un qualcosina di respingente, e l'impermeabilità della lingua non ci aiuta? Ognuno valuti).
Partendo dallo spunto iniziale (comunque non folgorante) di questa coppia sabotatrice, qualcosa dopo non ingrana come dovrebbe nell'andarsi a focalizzare sulle questioni sentimentali (tra chi sa chi vuole e chi lo capisce dopo...) delle due amiche. Qualche volta Inka Haapamäki (Satu) strafà mimicamente, ma c'è poco humour al di sopra del mood leggermente dolceamaro; e quando si ride è per un paio di passaggi “volgari”, il dialogo tra le due ragazze dopo la prima azione e più avanti Satu che racconta male una barzelletta sull'incontro con una femminista (a cui bisogna dire che ha un bel cervello...) per spezzare un momento di tensione. Va a finire che anche quando il film sembra rialzare un po' la testa stilisticamente (la scena con Satu e il suo possibile ragazzo soli, in cui lei prende tempo con la musica e si sblocca molto lentamente, non è male), allo spettatore non frega abbastanza perché certi passaggi reggano bene, per esempio quando lei fa una capata sulla “Yoghurt Cruise”, crociera di cui si parla lungo il film e cui partecipano tanti maschietti che chissà cosa combineranno. E certe piccole cose rimangono confusamente di contorno, come i tizi “freak” che vivono sulla sabbia, vicino la capanna costruita da lei; non ben risolta anche la questione delle “geishe scandinave” e relativo corso per creare donne che si comportino a modo a fianco di un marito.
Sorprende un po' che le cose non si sistemino per i due personaggi principali, anzi tre contando il Lauri del titolo, e restino come minimo sospese. Ma di questa direzione del film ci si limita a prendere atto, più che effettivamente riuscire ad apprezzarla: perché non è stata sostenuta da qualcosa di solido fin lì. In definitiva, un film tiepido tiepido, dalle polveri bagnate, che non riesce a creare bene un piccolo mondo nel quale far muovere i suoi giovani personaggi. E per larga parte non se ne comprende bene, artisticamente almeno, l'inserimento in un festival.
A.V.


Io c'ero. Festival ed eventi vari. 35 TORINO FILM FESTIVAL. REVENGE

Francia 2017. Al cinema nel 2018.

Jen si trova nel bell'appartamento dell'amante. È molto carina, provocante, veste succinta ma non per questo si concede a tutti. Si presentano due amici dell'uomo, ceffi non da piena fiducia, perché i maschi hanno intenzione di andare a caccia, sui loro veicoli, nei pressi del Grand Canyon in cui si trovano. La ragazza fa quel che sembra saper fare, intrattenendo e stuzzicando i tre con una danza al limite del rapporto sessuale, mozzafiato. Il giorno seguente uno degli “amici” vuole soddisfare il desiderio acceso, e forza la ragazza a un rapporto – il terzo uomo è un ciccione che si limita a non difenderla. Quando Richard, l'amante, torna, la sua volontà si rivela quella di mettere a tacere tutto, per evitare ogni grana. A costo di eliminare Jen. Così però si crea una grana ulteriore, perché lei non muore. La caccia degli uomini cambierà obiettivo, ma la fanciulla, passo passo e con buona pace della frustrazione degli altri, ha intenzione di ribaltare i ruoli di cacciatori e preda.
Protagonista Matilda Lutz già vista (fingiamo) ne L'estate addosso e scritto e diretto da una donna, Revenge è uno dei film che più si sono segnalati nella sezione “After Hours” e che più ha fatto “prendere bene”, come si suol dire, gli spettatori in vena di qualcosa di forte. La Fargeat sfoggia un approccio “cool” a una storia che è all'incirca quella di un classico rape & revenge. Il film è una caramella per lo sguardo, inclusi gli stessi titoli, sparati a caratteri enormi a riempire lo schermo. Ma a parte questo, non è tanto il “cosa” a rendere il film riuscito, bensì un “come” in cui c'è di più. Perché a meno di non fare i ragionieri della sceneggiatura o cinefili da serie tv anche qui, e accettando l'andare sopra le righe e l'implausibilità di snodi come la sopravvivenza di una protagonista che dovrebbe decisamente essere morta, quel che si vede è un esordio nel lungo con una padronanza registica piena, a conti fatti clamorosa, sia per quanto riguarda la messa in quadro, in panoramico (esempi pescabili: la luce riflessa nello specchietto da lontano, Richard seduto sul divano, momentaneamente e per poco da solo), che nella suspance e l'azione connaturate a una storia essenziale e selvaggia. Si diletta con un occhio di riguardo per il corporale (vedi l'insistenza sulle ferite, come nel lungo passaggio di lei che si cauterizza e riprende nella grotta – meno riuscito, subito dopo, il delirio che la vede passare da un incubo all'altro – ) e il repulsivo (una mela marcia, il particolare di bocca masticante), ma su questo comunque si tornerà fra poco.
Film di una donna, su una donna che si difende e vendica di alcuni uomini, nelle parole della regista vuole “simbolizzare la mutazione di un certo modo di rappresentare la donna al cinema”, agganciandosi a una tendenza in corso e, fortunatamente visto il risultato, con un vestito “di genere” molto robusto. Jen “troieggia”, ma per un tempo limitato; tempo che un uomo non rispetta, l'onda lunga della sua eccitazione richiede di essere soddisfatta. Perché adesso no? E perché io no?, chiede il violentatore. Quello che invece sembra il maschio alpha ma rassicurante, si rivela presto il più bastardo e freddo di tutti, in un modo quasi caricaturale (le reazioni, a muso e pugni duri, alle titubanze del “responsabile”), perché tutto va coperto e al gabbio non ci si vuole andare, punto. Mentre dei due ceffi, di cui lo spettatore diffida da subito, lo stupratore prende presto paura, non vorrebbe partecipare alla “ricerca”, ha rimorso, mentre il meno rilevato compare si ritrova il volto ridotto a una maschera da horror. Essendo tutto già abbastanza “femminista”, comunque, quel “Le donne non devono opporre resistenza!” che è l'ultima cosa a uscire di bocca al personaggio dell'amante suona superfluo.
I personaggi fanno un giro completo, da fighetti a ferini – la rinascita di lei a “eroina” passa anche per un marchio sulla pelle, che però, con riuscita ironia, è quello casuale di un'aquila su una lattina di birra – e, per quanto riguarda la coppia iniziale, da vestiti con cura a nudi o seminudi. E il cerchio si va a chiudere dove tutto è cominciato, tra salotto e corridoi di un appartamento chic, che va a lordarsi di sangue. Ecco, Revenge è un film sanguinoso, prima che violento – la violenza sessuale è appena mostrata, quello che conta è come ci si arriva, con le frasi melliflue maschili – . Dai corpi il sangue scorre copioso, e c'è quel passaggio del tizio che si estrae il vetro che è deliberatamente, divertitamente sadico, prima della seria resa dei conti dove sul sangue persino si scivola. Cazzuto, anzi: figo.
A.V.

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 35 TORINO FILM FESTIVAL. FINAL PORTRAIT


UK 2017. Al cinema dal 15 febbraio.

Siamo nel 1964, a Parigi, quando James Lord, americano scrittore e biografo di alcuni artisti, accetta di posare per Alberto Giacometti, praticamente amico oltre che pittore e scultore “di fama internazionale”. Dovrebbe essere questione di qualche sessione, di poche ore. Ma Lord si troverà incastrato nel processo di creazione artistica del mai soddisfatto, volubile Giacometti, transitando giorni e giorni per il suo atelier per quel quadro che sembra non possa essere finito.
Convenzionale, patinato, di maniera: il film scritto e diretto dal solitamente attore Stanley Tucci e basato su Un ritratto di Giacometti di James Lord è stato criticato così da alcuni. Ma a chi scrive sembrano giudizi che si fermano non oltre la superficie di un film più che dignitoso.
Final Portrait opta per una fotografia leggermente desaturata, tanto per renderci chiaro che siamo distanti nel tempo attraverso una “patina”. In ogni caso, l'uso di scorci, locali tipici e cose parigine varie, dai bistrot alle baguettes, è limitato; perché, è in questo il film è centrato e vincente, in buona parte stiamo nello studio dell'artista, introdotto con una sequenza in cui lui vi si aggira lungamente, toccando, spostando, preparando.
L'Alberto Giacometti del film fuma e beve come di prammatica e come un dannato, ma soprattutto è molto duro con la sua arte, oltre che con quella altrui (ha delle rimostranze su Picasso, mentre su Cézanne sentenzia: è l'ultimo grande pittore). Interrompe il lavoro sul quadro in continuazione, per motivi noti solo alla sua testa, ed è capace di affermazioni tipo “Quando la speranza è al massimo, mi sento perduto”, come dice al suo modello, lasciandolo ulteriormente senza difese. L'opera d'arte a cui lavora sembra andare oltre il suo controllo, e inquietantemente la si dice destinata a non avere una fine, a non poterla avere: e quindi dev'essere, abilmente, imposta.
Rush è perfetto, e se impersona in un modo non fuori dai canoni un artista arruffato e a cui è difficilissimo stare dietro, l'interpretazione comunque è viva e basterebbe a renderla degna di lodi il passaggio in cui Giacometti si mette a letto trasformandosi anche nel non verbale, mutando la sua inquietudine e l'incedere ingobbato nella stasi di un vecchietto malato e remissivo, tra le coperte. Ma anche gli altri attori e personaggi intorno sono degni di nota: Tony Shalhoub nei panni del fratello artista Diego, Clémence Poésy (vista in questo TFF anche in Tito e gli alieni) nella parte della giovane prostituta che è la passione di Alberto, Sylvie Testud che fa sua moglie, un po' rassegnata un po' non doma un po' amorevole. Hammer meno, ma anche perché è costretto nel ruolo, bel ragazzo sempre ben vestito e composto e testimone non intrusivo di un ambiente, oltre che contrapposizione ambulante dell'artista: l'uno immobile, o quasi, l'altro quasi mai.
Ma a conti fatti il film è interessante anche per la sua struttura. Diviso nelle giornate delle sedute al cavalletto, racconta però una tranche de vie dall'andamento piano, senza veri picchi; c'è una sequenza di “montage” per sunteggiare alcuni di questi giorni verso la fine, ma gli atti di una sceneggiatura tradizionale non si fanno notare. E il climax, quel che sblocca e porta a conclusione il “calvario” dei protagonisti, è repentino. Complessivamente, quindi, un lavoro godibile e migliore di quanto la scorza da biopic semi-d'essai per un pubblico tranquillo possa far presagire. Un poco di tremolio in meno nell'uso della macchina a mano sarebbe stato gradito.
A.V.

 

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 35 TORINO FILM FESTIVAL. TITO E GLI ALIENI

Italia 2017. 
  
Valerio Mastandrea è un, non molto probabile, professore (senza nome: è chiamato il Professore, o “zio”, a seconda) che vive praticamente isolato in mezzo al deserto del Nevada. Tra il container che gli fa da appartamento e l'antro in cui sperimenta, sta trascinando da anni una ricerca per conto del governo degli Stati Uniti, al fine di comunicare con altre forme di vita nello spazio. Crucciato dal non essere più riuscito a captare nuovamente un segnale dalla moglie morta tempo prima, il Professore è abituato giusto agli incontri con la giovane assistente Stella, finché gli capitano tra le gambe due nipoti, fratello minore (Tito) e sorella maggiore, figli dello zio defunto che gliene ha annunciato l'arrivo con un video. La vita del Professore si fa più disordinata, ora che deve badare ai due: senza contare che Tito si impiccia nei suoi esperimenti, perché ha la fissa del parlare col padre – e usa farlo attraverso una fotografia su uno smartphone – , e sul lavoro del Professore incombe un ultimatum dei militari (che sono “da cinema”, di ghiaccio, non malleabili).
Scritto e diretto da Paola Randi (il cui lungo precedente è Into Paradiso: non visto, ma a leggerne la trama si trovano delle analogie, a cominciare da un protagonista scienziato), Tito e gli alieni è passato in “Festa mobile” ed è stato accolto come una piccola sorpresa. Qualche motivo c'è.
I sostenitori della perenne “rinascita” italica qui potrebbero trovare un poco di pane per i loro denti, in questo film con un uso superiore al solito, per un lavoro italiano, di effetti speciali. Anche se il colore è quello di una commedia, anzi quasi una commedia per ragazzi, oltre che “con”. Mastandrea non è protagonista assoluto, ci mette un poco ad entrare in scena e un altro pezzo ad aprire realmente bocca e il film si dedica abbastanza pure ai due ragazzini, invero non sempre simpatici perché la napoletanità non equivale necessariamente a risata, e le cui uscite dialettali non sempre sono comprensibili (ma non per questioni culturali... ma di dizione e audio: signori del cinema italiano, qualche volta non si capiscono le battute dei vostri/nostri film. Al TFF lo si è notato anche in Blue Kids). L'attore romano fa quello che gli riesce meglio: un personaggio di uomo insicuro, goffo, spalmando la sua naturale carica di simpatia in diversi momenti che strappano il sorriso. E il film va avanti così, tra un po' di humour, un po' di tenerezza e di malinconia, condito dalla componente di vitalità giovane e regionalistica dei due nipoti (ma anche Mastandrea sfoggia un accentello napoletano, con risultati accettabili) e puntellandosi con un deciso uso di (belle) canzoni, compreso un Chet Baker. Ma tutte queste componenti insieme, mettendoci anche gli spettacolari panorami naturali – e non: l'antro segreto del professore, con il robot “Linda”... – , lasciano un che di amaro in bocca, perché si bolla presto il film come “carino” ma con carte limitate da giocare, che sono quelle già messe sul piatto, e poco da dire.
Nell'ultima parte si fa più movimentato, seguendo in parallelo i personaggi che si muovono verso l'Area 51 (sic), e poi ecco che ti frega: perché quando si giunge all'accarezzato, rimandato, finora fallimentare esperimento, tocca corde tali, andando a chiudere il tema del comunicare con chi non c'è più, che è arduo non emozionarsi. Lì diventa più chiaro che questo filmetto ha le sue ambizioni non solo a livello di confezione (con una fotografia leggermente accesa) e di flirt con qualche “genere”, ma perché parla di cose ultime in un modo efficace, che sarebbe ipocrita non riconoscere (e non saranno stati casuali i soffiamenti di naso in sala negli ultimi minuti). Si spinge tanto in questa direzione che poi si sente di correggere con una nuova nota umoristica. Certo, il tutto richiede una certa sospensione di incredulità, ma un piccolo segno lo lascia.
A.V. 

 

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 35 TORINO FILM FESTIVAL. A TAXI DRIVER

Tit. or.: Taek-si-un-jeon-sa. Corea del Sud 2017. Di Jang Hoon.

Corea del Sud, 1980. Man-seob fa il tassista a Seoul, e intorno a lui ci sono avvisaglie di un clima difficile, con manifestazioni contro il recente colpo di stato. Cogliendo la possibilità di un affare, si propone come autista a Peter, reporter tedesco determinato ad andare nel cuore di quel che sta accadendo, ovvero nella cittadina di Gwangju: tagliata fuori da tutto e militarizzata, vi è in corso quella poi nota col nome di Gwangju Uprising, con un sacco di persone impegnate in proteste. Arrivati, con difficoltà, alla cittadina, la trovano desolata ma si legano a un giovane militante, prima di conoscere altre persone in loco. Testimone di una repressione brutale e cieca, Man-seob vorrebbe tornare indietro, e sprona in tal senso il giornalista. Poi subentra in lui la necessità dolorosa di restare.
Grandissimo successo in Corea del Sud (è diventato il decimo film nazionale più visto là), che l'ha proposto come suo concorrente all'Oscar per il miglior film straniero, A Taxi Driver è stato comunque, a quanto si è colto, ben apprezzato anche nel piccolo del festival. Ed è un “filmone” per il pubblico, popolare, più che per il cinefilo, che può goderne ma storcendo un poco il naso.
La sua forza si basa sul terribile passaggio storico nei cui giorni è ambientato. Gwangju divenne un confinato laboratorio di repressione, anzi si direbbe di eliminazione di una parte del popolo (ci restarono circa 600 persone, pare). L'approccio per raccontare questa pagina nazionale di abbandono alla violenza è diretto; non siamo dalle parti di un Larrain, che a chi scrive è balenato in mente (Post mortem) vedendo le immagini dell'ospedale che sembra un macello, pieno di feriti, morti e sangue, ma tra questo e i soldati in posizione che, in una sequenza abbastanza incredibile e frustrante, verso la fine, falciano sistematicamente chi capita nel loro raggio di tiro, difficile che un pensiero non vada a quanto può essere bestia, e massacratore assurdo dei suoi simili, l'uomo.
Pazienza per quella componente di retorica, comprensiva di proiettili che bucano gambe e vetri al ralenti. D'altronde il film rende “cinematografico” e spettacolarizza il suo tutto: il capo del servizio segreto è uno di quei tipi torvi e serissimi, sicuro di sé e aduso alla violenza, magari elargita a scatto dopo attimi di stasi; se l'esercito rappresentato nel film si abbandona a sadici pestaggi degni della malavita, lui sembra un gangsterello. Ma in due ore e passa che divertono, emozionano, lasciano sgomenti, c'è spazio d'altronde anche per un multiplo inseguimento su quattro ruote.
Il protagonista è da subito rappresentato come lamentoso e insensibile ma simpatico, e nelle sue parole già si vedono i germi del futuro ripensamento sulla madrepatria: dal ritenere che quegli scioperati dei manifestanti dovrebbero invece ringraziare di vivere dove è loro toccato, al non riuscire a ignorare le bassezze del potere cui ha assistito. Si è presto dalla sua parte, un poco meno da quella del reporter: anche per via della sua carica, a livello di performance vince Song Kang-ho (attorone, che si è visto anche in alcuni film sudcoreani acclamati pure qui, di Park Chan-wook e Bong Joon-ho) rispetto a un giusto ma senza guizzi Thomas Kretschmann.
Tra i valori ribaditi dal film, il dovere della testimonianza – filmata: il reporter finché può ha sempre la camera in mano, e a un certo punto sarà il tassista a spronare l'altro, mentre entrambi si sentono provati, a riprendere in mano quello strumento: ulteriore passaggio della presa di coscienza da parte di un uomo che si è cacciato in una parte andata in malora di un mondo del quale si fidava. A Taxi Driver è solo secondariamente, però, la storia di un'amicizia: questo aspetto emerge di più sul finire del film, tra il congedo dei due e la coda col video del vero giornalista. Già, perché quanto abbiamo visto è basato su una storia vera anche per quanto riguarda i personaggi: sono realmente esistiti “quel” tassista e “quel” giornalista, e parecchi anni dopo il reporter Jürgen Hinzpeter ha provato a rintracciare pubblicamente chi lo accompagnò in quei giorni, senza successo. Il film si chiude così, ma navigando si aggiunge un tassello: dopo l'uscita, il figlio del “taxi driver” ha confermato l'identità del padre e rivelato che morì nel 1984. 
A.V.