domenica 28 dicembre 2008

The freak show. THE NAIL GUN MASSACRE


Usa 1985. Su dvd Synapse (regione 1).

Il titolo accattivante (così come la locandina originale) è una prevedibile trappola per l’ignaro spettatore degli anni ’80: The Nail Gun Massacre è infatti lontano anni luce da un altro massacro con articoli da ferramenta, il Texas Chainsaw Massacre (da noi Non Aprite Quella Porta) di Tobe Hooper a cui gli scaltri produttori del film in questione hanno voluto richiamarsi.
Gli ottanta minuti di fotogrammi in sedici millimetri narrano di un misterioso vendicatore armato di sparachiodi che fa strage di un gruppo di manovali, a loro volta rei di violenza sessuale ai danni di una ragazza; il tutto allungato (come i cocktail dei più infimi locali) dalle indagini dello sceriffo della cittadina ove si svolge l’azione ed il classico parteur di scenette idiote messe apposta per superare la durata da cortometraggio: è incredibile come un tempo ci si sforzasse più di trovare beceri riempitivi invece che migliorare le storie. Non che oggigiorno le cose siano cambiate, però gli assurdi diversivi degli anni '80 hanno un sapore unico ed inconfondibile. Tornando a bomba Nail Gun Massacre è un bocconcino prelibato per i veri amanti del cinema-spazzatura: girato coi piedi e montato anche peggio, si avvale di attori più che dilettanti ed effetti speciali da supermercato. L’assassino è un tizio in tuta mimetica (che parrebbe anticipare il Karl The Butcher Jr. del teutonico Violent Shit 2 – il livello più o meno è quello) col volto celato da un casco da motociclista che si porta sulle spalle un altamente improbabile (dove se la infila la spina?) compressore per la sua arma ed ama recitare battute cretine con un'inspiegabile voce elettronica (!!!) prima di freddare le vittime di turno.Come già detto, la cialtroneria dei registi Bill Leslie (anche direttore della fotografia) e Terry Lofton (che firma pure la sceneggiatura) è più che palese ed è anche ciò che spinge veramente gli spettatori più tenaci a resistere fino in fondo, invece che il fascino dell'intreccio. Questo e le periodiche iniezioni di nudo: le giovani figuranti, infatti, non hanno alcuna remora a farsi riprendere a chiappe & tette al vento.
Dopo essere rimasto fuori portata dei radar per quasi un ventennio, The Nail Gun Massacre è recentemente risorto dalle sue ceneri in un'edizione DVD auto-prodotta dallo stesso Lofton e carica di extra sempre da lui curati. In Italia, stando alle cronache, era giunto in videocassetta ribattezzato come Il massacro: chi riuscisse a trovarne una copia, sarà premiato con la più alta onorificenza.
Emiliano Ranzani

Memorabilia. L'ISOLA DEI PIACERI PROIBITI



Flano ricco e significativo per questo film del prolificissimo Jess Franco, non tra i più noti. Dicembre 1973: è periodo di austerity, il governo impone di risparmiare sull'energia. Come fronteggiare allora il freddo e il nervoso per non poter utilizzare l'auto? Scaldandosi visionando un film dal titolo assai ammiccante. A patto che, non è il caso di dirlo!, siate maggiorenni e non troppo sensibili; anzi, sensitivi.
Alessio Vacchi

mercoledì 24 dicembre 2008

Comunicazioni di servizio. Speciale. Buon Natale, buon anno. PRESENTAZIONE

Aggiornamento eccezionalmente alla vigilia di Natale stavolta, con un piccolo speciale festivo. Ho chiesto a me stesso e a vari vip dell'universo internettiano cinematografico di scrivere qualcosa di personale riguardo il cinema e le festività natalizie. I risultati sono quelli che leggerete di seguito. Qualcuno ha voluto fare una ricognizione delle tendenze delle uscite natalizie italiane, altri hanno optato per ricordi più o meno lampo dal passato. Mi scuso per la disomogeneità dei pezzi, quanto a lunghezza (qualcuno ha disobbedito!), ma credo che siano curiosi da leggere. Ringrazio quelli che hanno collaborato e auguro buon 25 e 26 dicembre a loro ed ai lettori di questo blog. Il prossimo aggiornamento sarà, regolarmente, il 28 dicembre.
Alessio Vacchi

Speciale. Buon Natale, buon anno. AL CINEMA CON SANTA CLAUS



C’era una volta il cinema di Natale. Che nel Belpaese non è sempre stato monopolio dei film-panettone della premiata ditta Parenti & Vanzina (tale moda ha preso piede a partire dalla seconda metà degli anni 80; e il primo Vacanze di Natale era una commedia giovanilistica estranea alla farsa scorreggiona che pian piano avrebbe improntato gli episodi a venire della saga), anzi; se da un lato i distributori temevano la refrattarietà del pubblico nell’affollare le sale durante le feste, dall’altro cercavano di invogliarlo sfornando titoli che spaziavano un po’ fra i generi, osando talvolta accostamenti arditi considerata la ricorrenza. Certo, la commedia era il genere più battuto; ma si andava talvolta aldilà della farsa fine a sè stessa. Come dimenticare l’uscita natalizia di Amici miei atto II, di Mario Monicelli? Il trailer cinematografico insisteva sugli aspetti ridanciani; ma il pubblico in sala riviveva l’accostamento fra beffa boccaccesca e malinconia, il non prendersi mai sul serio adottato come stile di vita con la senilità e la morte. Cinema d’evasione ma non solo, dunque; e d’altro canto, il Natale non coincide con la fine di un altro anno? La malinconia quindi ha diritto di cittadinanza.
Naturalmente, il cinema natalizio si è sempre preoccupato dei più piccini; e se la Disney sfornava prodotti d’animazione a gogò, neanche il cinema con attori in carne d’ossa era da meno. Ecco che Steven Spielberg ti scodellava una favola fantascientifica come E.T., destinata a far piangere come vitelli non solo i pargoli in sala, ma anche i diffidenti genitori che li avevano accompagnati. Attenzione però: dietro le innocue baracconate stevenspielberghiane talvolta si celava uno spiritaccio irriverente tutt’altro che puerile. E’ quanto si è visto con Gremlins, altra uscita natalizia finanziata da Spielberg ma diretta da Joe Dante (e qui i cinefili avrebbero dovuto subodorare la trappola: un ex-allievo di Corman, dispettoso e dissacrante, che si dà alle fiabe natalizie?). Apparentemente commedia fantastica; in realtà satira al vetriolo di matrice vagamente dickensiana, che flirta con l’horror e regala perle di umorismo nero. E che la commedia e il favolistico a Natale potessero convivere con altri generi è ampiamente dimostrato dall’interesse del pubblico per Rambo, di Ted Kotcheff, campione d’incassi assieme ad E.T. nel Natale del 1982. Come si concilia la disinvoltura di Stallone nel maneggiare armi da fuoco ed esplosivi con le acrobazie di Santa giù per i camini? Vuoi vedere che allo spettatore di Natale piacciono pure le emozioni forti? E' significativo che all’inizio degli anni 80 i cinema italiani sotto le feste abbiano programmato un avventuroso esotico come Il grande ruggito di Marshall; apparentemente fiaba ecologista per ragazzini, ma che non disdegna di regalarci qualche brividino (giocherellone quando volete, ma un leone fa sempre un po’ paura quando vi punta) avvertendo tramite i flani pubblicitari che le belve utilizzate nel film non erano addomesticate e quindi gli attori erano un filino nervosetti sul set. Del resto, la locandina non aveva niente di rassicurante. La tradizione anglosassone ha spesso accostato il Natale alle storie macabre; chi lo dice che sotto l’albero un po’ di strizza non ci possa stare? Vorrà pur dire qualcosa che nel natale 1980 i cinema italiani abbiano inalberato orgogliosamente la locandina di Shining di Kubrick; film d’autore quanto volete, ma sempre di ghost story si tratta. E d’altronde, uno degli horror più paurosi degli anni 70 non è stato proprio il Black Christmas di Bob Clark? In verità, all’inizio degli anni 80 i circuiti di prima visione non insistevano troppo con le pellicole al sangue; probabilmente i distributori lo consideravano di cattivo gusto, pensando che il passaggio dai sentimentalismi alla Frank Capra agli psicopatici armati di mannaia potesse rivelarsi traumatico per gli spettatori. Simili problemi non sfioravano gli esercenti dei cinema di seconda visione, che durante le festività programmavano la qualunque (e magari nel giro di una settimana potevi visionare tanto l’ultima commediola con Banfi-Vitali quanto l'ultimo thrilling di Dario Argento).
Un’inversione di tendenza si è avuta a partire dalla seconda metà degli anni 80, quando la distribuzione nostrana tentò di puntare anche sul macabro popolando gli schermi natalizi di efferatezze in celluloide come Opera di Argento e Angel Heart-Ascensore per l’inferno di Alan Parker; tendenza tutto sommato restata in vigore, se pensiamo ai successi al botteghino di pellicole "natalizie" come Seven di David Fincher. E come mai gli ultimi due Cronenberg sono usciti in Italia sotto Natale? Fra un po’ dovremo preoccuparci che dal camino non scenda qualcosa di più sinistro del caro vecchio lappone in costume rosso e bianco. In fondo, perché farsi problemi di buon gusto? Se i palinsesti televisivi natalizi degli anni 80 accostavano commedie come Frankenstein Junior (tuttora sulla cresta dell’onda) a blood & gore destinati al periodo pre-epifania (rigorosamente in notturna, of course) come Creepshow di George Romero, l’avvento dell’home video e della pay-TV ha allargato la possibilità di scelta da parte dell’utente, che magari seleziona le proprie abboffate festive in celluloide basandosi su esclusivi gusti stagionali (a Natale thrilling all’italiana e post-atomici, d’estate spaghetti-western ...). Nel mio lettore dvd sotto Natale non mancano mai rimembranze cinefile come il sopracitato Black Christmas, La cosa di John Carpenter, commedie all’italiana di ogni derivazione e qualche fantasy-mitologico dei tempi che furono (fra i titoli più gettonati il Conan di John Milius e Scontro di Titani). Non chiedetemi perché.
Corrado Artale

Speciale. Buon Natale, buon anno. QUEL CHE ''FA'' NATALE



Forse mi sono intortato da solo, nel voler scrivere pure io in questo specialino natalizio. Non mi è facile tirar fuori significativi ricordi che uniscano cinema e festività natalizie, perchè sono uno spettatore atipico. Non ho film che rivedo periodicamente, perchè preferisco vedere qualcosa dell'enorme mole di cose che mi mancano, o rivedere quel che non rammento più. Seguo superficialmente la programmazione di film sulla tv in chiaro, per cui non sto ogni anno a rivedere Una poltrona per due o La vita è meravigliosa. Non amo Frankenstein Junior. Non amo i cinepanettoni Filmauro, anche perchè mi paiono simbolo di un'attenzione della massa verso il cinema sfrenatamente sbilanciata a priori verso certi tipi di film: mentre il bel L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, Brad Pitt nel cast, il Natale scorso quanti l'hanno visto? (Poi vado a vedere i film con Aldo Giovanni e Giacomo: si prega di ammirare la coerenza). Non sono dotato di particolare costanza, per cui posso progettare un personale palinsesto natalizio, ma so che si sfalderà per i motivi più vari.
Quindi, che significa per me il Natale dal punto di vista "artistico"? Un ricordo volendo c'è, ma è inquietante: quando ero andato a vedere Così è la vita, dieci anni fa. Atrio del locale strapieno -verso il botteghino non c'era una fila ma un magma di persone-, la donna alla cassa che strilla come una pazza contro qualcuno ("Non metta le mani lì!!!") e un travestito a staccare i biglietti. Qualche visione propriamente natalizia può capitare: negli ultimi anni ho visto Natale a casa Deejay, il Santa Claus Conquers the Martians che ho proposto sotto nella youtubata. Quest'anno sarà Un minuto a mezzanotte, thriller francese con un Babbo Natale minaccioso. Quanto alla musica, qualche anno fa in questo periodo mettevo su la cassetta di un album di Zucchero e Così celeste mi faceva Natale (passatemela) perchè la associavo ad uno spot di dolciumi che passava in tv. Per capire dove si può arrivare... Oggi invece, non è davvero Natale senza due classici moderni come Natale allo zenzero e Christmas with the yours di Elio e le Storie Tese. "Can't you hear the typical cling cling cling cling cling?".
Alessio Vacchi

Speciale. Buon Natale, buon anno. CINENATALI PERDUTI



Sembra banale dirlo, forse preoccupante perché nel momento in cui si comincia a fare discorsi tipo “si stava meglio quando si stava peggio”, significa che è arrivato il tempo del rincoglionimento. Però vorrei iniziare da una specie di paradosso. Un tempo, quando ero piccino (quindi fine anni ’70), la mia famiglia durante il periodo natalizio centellinava i denari per farci scappare tutto. In quel “tutto” era previsto anche il pomeriggio al cinema delle feste. Ecco, per me il termine festività natalizia possedeva un’apertura semantica tale da abbracciare anche la presenza familiare all’interno di una sala cinematografica. Il paradosso consiste in questo: ora che non solo il cinema posso permettermelo a prescindere dalla mia famiglia, ma nella maggior parte dei casi, grazie al mio lavoro strettamente connesso al cinema, nemmeno pago l’ingresso, non credo che andrò a vedere nulla per questo Natale. Come da qualche anno a questa parte. Facile intuire che le parole “cinema” e “Natale” abbiano intrapreso sentieri piuttosto divaricati, difficilmente riconciliabili. Non intendo impiantare paragoni sensati tra un passato trasfigurato dalla memoria e un presente di desertificazione nella proposta cinematografica, però ricordo che trent’anni fa - oltre a non esserci tutte queste squallide architetture inquietantemente parallelepipede dei multiplex-, quando si stava discretamente al sicuro da cinepanettoni e Disney-invasion, c’erano cose semplicine e divertenti tipo i film con Celentano e Bud Spencer e Terence Hill, due ore di genuina, sincera, scanzonata allegria. Film che in sostanza non avevano la becera e grassa comicità del vulgus, e non ridondavano di meraviglie in computer grafica. È chiaro, l’atmosfera che trovavo in queste sale collocate in centro città era quella di un antro magicamente accogliente, anche se ad esempio il cinema Astra di Pesaro risentiva di un vecchiume anni ’50 perché i lustri intercorsi dalle ultime ristrutturazioni cominciavano a pesare. Ora questi orrendi templi del consumo cinematografico (sì, perché ormai il fascino della visione di un film che inizia dopo minimo 10 minuti di spot pubblicitari, non riesco a non considerarlo un “consumo”) non so proprio che effetto avrebbero fatto al mio sguardo di bambino... probabilmente i bimbi di oggi sono talmente abituati al brutto che...
Ecco, forse non è neanche questione di proposta cinematografica in sé, ma proprio di percezione dell’esperienza di fruizione o, per non usare paroloni, sensazioni che un luogo riesce a darti prima, durante e dopo lo spettacolo. Io proustianamente ricordo ancora l’odore acre e un po’ stantio di quelle poltroncine delle sale e i profumi deodoranti delle cassiere che ti porgevano il biglietto con un sorriso. Adesso quando vado al cinema non sento praticamente più alcun odore, non in sala e ancor meno olezzi provenienti da ragazze addette allo sbigliettamento segregate dietro lo spessore vitreo dei loro cabinotti. Insomma, per me bambino tutto aveva una sua particolare valenza, perché bisognava attendere il Natale prossimo per rivivere quelle sensazioni... e le parole ansiose di babbo e mamma pronunciate lungo le vie del centro, che si perdevano in un alito di freddo dopo aver risuonato accordandosi con una felicità di luminarie, che chiedevano a me e ai miei fratelli: “allora ragazzi, vi è piaciuto il film?”. Forse proprio tutta questione di atmosfere, e di ricordi... di cose insomma irripetibili. Fatto sta che adesso il film a Natale, babbo, mamma, non mi piace più.
Mauro F. Giorgio (Riflessi di paura)

Speciale. Buon Natale, buon anno. IL BAMBINO CHE ASPETTA DAVANTI LA TV



Se facciamo qualche passo indietro con la memoria, cercando di trovare una relazione tra la passione per il cinema e il periodo natalizio, viene in mente lo sciopero forzato dalle sale a causa delle masse di Tartari che si riversano una volta l’anno nei multisala, attratti da un palinsesto qualitativamente deserto. Quest’ultimo termine però fa squillare un campanello (di quelli al collo delle renne, naturalmente) e ci spinge a fare un bel po’ di passi a ritroso per vedere associato al Natale l’immagine di un Canyon rovente, assolato e (appunto) deserto in cui un uccello migratore si addentra per cadere istantaneamente sul terreno sotto forma di pollo arrosto.
Cosa ha a che fare questa immagine con un periodo gelido e rarefatto in cui si sta sprofondati nella poltrona, intabarrati in innumerevoli strati di indumenti dei quali il più profondo è quel pigiama che non ci si era arrischiati a togliere, pietrificati davanti al focolare più caldo della propria abitazione? La televisione! Ecco riaffiorare il ricordo di tutta quella serie di lungometraggi animati che durante l’infanzia (ma forse anche adesso, chi lo sa?) le reti nazionali riproponevano puntuali come la morte e le tasse. Il film di Creamy, il film dei Puffi, Le dodici fatiche di Asterix, il Muppet Show erano pronti lì nella loro bella custodia con su la polvere di un anno, nelle mani dei pochi dipendenti dell’etere che a differenza dei loro colleghi scioperati lavoravano svogliatamente anche durante le feste, pronti a mandarli in onda per fare contenti i bambini che tutta Italia parcheggiava davanti al piccolo schermo mentre si dilapidava la tredicesima, desiderosi di vedere uno spettacolo che ormai era stato consumato fino all’Ave Maria. Quello che chi scrive aspettava con trepidazione, succhiando le teste dei Masters of the Universe per l’eccitazione, era La ballata dei fratelli Dalton, avventura western a cartoni sul personaggi di Lucky Luke del geniale Goscinny, un capolavoro di ironia che aveva il primato di introdurre in maniera sagace al rutilante mondo del western. Peccato non poterne parlare più a lungo visto che lo spazio a disposizione è ormai definitivamente finito. Sarà per un altro Natale.
Gianluigi Perrone (Nocturno Cinema)

Speciale. Buon Natale, buon anno. TOKUNATALE NEL BUNKER DELLA PALONEROFILM



Non si tratta di snobismo ma ci sono cose “normali per un bambino” che non ho mai amato nemmeno da bambino; i fumetti di Topolino, la maggioranza dei film animati di Walt Disney e i film natalizi. Dopo un paio di decine di visioni di Mary Poppins il mio cervello ha imposto uno stop. Probabilmente a tutto c’è una spiegazione; d’altronde -a memoria- i primi film che ricordo di avere visto in sala sono The Day After (!!!) e il Fantasia di Disney, appunto (gradito, soprattutto La notte sul Monte Calvo per via dell’estetica funebre), mentre sbirciavo dal di dentro della mamma l’Esorcista che (lei) si godeva mentre era in attesa del sottoscritto. Per questo pochi sono i ricordi legati a film natalizi o concernenti il Natale. Maggiori aneddoti, anche interessanti, troverebbero posto in un contesto relativo alla Pasqua. Ma questa è un’alta storia.
L’ultimo natale cinematograficamente rilevante quindi è stato quello appena passato (2007). Ero malato, influenza a 40 gradi fissa. Durata fino al capodanno abbondante. Ho così passato un bel periodo, caldo, nel letto, febbricitante. Mentre il popolo festeggiava e si ingozzava io bevevo tè e aspirina (e grappa a dirla tutta, ma questa non andrebbe divulgata). La concentrazione bassa, troppo bassa per un film intero. Quindi? Una serie TV. Cosa? Madan Senki Ryukendo, ottimo esponente del tokusatsu moderno non maturo. Da una parte parenti mangianti, nel mio universo personale (super)eroi in armatura fasciati di luci colorate combattevano contro mostri più o meno giganti in tutte di gomma. Da un lato si gonfiavano stomaci e fegati di cibi e spumanti, nel mio bunker si ingigantivano i poteri, le armature, i veicoli, raggiungendo capacità sempre più stupefacenti per i miei occhi stanchi e indolenziti. L’ultima puntata a capodanno; quando il mondo stappava lo champagne nel mio mondo i tre Madan Warriors sconfiggevano finalmente l’appena risvegliato super demone DaiMaOh Grenghost, che desiderava come al solito la conquista funesta e il dominio dell’universo. Anche del mio.
Michele Senesi (Asian Feast)

Speciale. Buon Natale, buon anno. IL GUFO



Si era sotto Natale. Fidanzati da due mesi o poco più. Il cinema già le piaciucchiava ed ero riuscito a capire quali film potevano esserle graditi e quali no, per cui riuscivo a far combaciare la scelta fra i film che mi interessavano con quelli che le potevano andare. Eravamo a casa mia e nevicava. Voglia di andare al cinema tanta, di spostarsi fuori paese neanche un po’. Al cinema “vero” davano un film che avevamo visto in città la settimana prima. Unica possibilità, allora, il cinema parrocchiale. Non ridete ancora, perché al cinema parrocchiale del mio paese non davano Tarzan ed altre innocue vicende: ci ho visto Hitchcock, Woody Allen, René Clément... Quel giorno prenatalizio davano, per scelta di genere quasi obbligata, La spada nella roccia. Grande dubbio: “Glielo propongo? Io l’ho già visto e (confesso) lo rivedrei volentieri...”
Chi vive l’inizio di un amore sa come vanno queste cose. Lei vede Lui (Dio solo sa per quali cause) come una sorta di Principe Azzurro, forte, protettore e virile. Insomma proporre Artù e Semola non mi pareva il massimo. Chiese lei cosa ci fosse “dai preti”. Arricciò il naso, ma diede luce verde sbuffando un “Meglio che niente”.
Sala con ampia percentuale di quarantenni. Semola, patrigno e Gaio: poche reazioni. Arriva il momento della foresta e Semola piomba da Artù. Io vedo il gufo Anacleto e mi viene già da ridere, però mi trattengo. Ma il gufo è irresistibile. Adulti solitamente composti si sganasciano. Un severo e noto dirigente d’azienda che è dietro di noi ride a crepapelle. Pure lei comincia e non la smette. Anch’io, finalmente, posso dare sfogo alla mia “anacleticità”.
Ci siamo sposati poco più di un anno dopo.
Maurizio Froldi (il Buono Legnani di Nocturno)

La youtubata. HOORAY FOR SANTA CLAUS


Sfido chiunque ad ascoltare questo diabolico motivetto che apre il film Santa Claus Conquers the Martians e a non ritenerlo in mente dopo. Il film, visibile gratuitamente in rete, è poverissimo ma se non si è schizzinosi fa simpatia. Ai titoli di testa seguono alcune immagini del film, in cui si vedono dei giovanissimi marziani: spero che stuzzichi qualche intenditore.
Alessio Vacchi

Memorabilia. NATALE 1981



4 flani in una volta, visto che è festa. Non per nostalgia fine a sè stessa, ma perchè posson costituire un rapido viaggio nel tempo, ecco alcune delle uscite di Natale e dintorni dell'anno di grazia 1981 (non tutte: manca ad esempio il Celentano sbancabotteghino de Innamorato pazzo), da un quotidiano di pochi giorni prima. I cinepanettoni dovevano ancora venire, ma a parte -volendo...- la commedia con Sordi, gli altri titoli non sono propriamente natalizi nè per famigliole: un poliziesco con Newman, una commedia irriverente il cui titolo sta per "figlio di puttana" (e il flano era incomprensibile se non si conosceva l'inglese) e un classico di John Carpenter col quale, visti contesto e conclusione, augurarsi buon anno nuovo doveva essere un pò paradossale.
Alessio Vacchi

domenica 14 dicembre 2008

Comunicazioni di servizio. NATALE SI AVVICINA

Il prossimo aggiornamento sarà speciale, a carattere natalizio. Data l'enorme mole di lavoro e sudore che richiede, sarà pubblicato non domenica 21 ma alcuni giorni dopo, proprio in prossimità del Natale. Attendete fiduciosi.
Alessio Vacchi

Focus on. Chuck Norris: TERRORE IN CITTA'


Tit. or.: Silent Rage. Usa 1982. Di Michael Miller. Su dvd Sony (regione 1).
Warning
: il seguente pezzo contiene anticipazioni sulla trama e sul finale che possono compromettere la visione a chi non conosce il film ed intende vederlo.

Questa volta Chuck ha trovato un nemico che è davvero pane per i suoi denti. In questo film che devia un pò (ma come vedremo, non troppo) dal suo solito e va verso il thriller-horror-slasher, la minaccia che lo sceriffo Stevens, che quando fa la sua apparizione col cappello in testa sembra un pò Walker, deve sventare è costituita da un pazzo omicida. John Kirby, che sembra un Nick Cave più sballato, è un uomo disturbato ed in cura che dà di matto e fa una mezza strage. Difficoltosamente arrestato e ferito a morte, finisce sotto le grinfie di un medico-novello Frankenstein, che in barba al dottore che lo aveva in cura (Ron Silver), vuole sperimentare su di lui una sostanza che lo fa rinascere assai forzuto e in grado di rimanginare in un amen le sue ferite. Così il redivivo torna in circolazione e diventa una macchina di morte. Inutile dire chi dovrà fermarlo, anche perchè la minaccia tangerà persone a lui care.
Il film inizia benino: prima c'è un lungo piano sequenza sull'esplodere della follia assassina, col pazzo che si muove nella sua casa, viene a contatto con altre persone... Non è male, perchè ha suspance, anche la sequenza successiva, con Chuck che entra nella casa e cerca di sgamare l'assassino. Questi minuti sono privi di musica, mentre curiosamente altrove (ad esempio, quando il pazzo si introduce in casa di Ron Silver) ci si può sorbire un commento sonoro che pare un lungo fischio, per strasottolineare che siamo in un momento "da paura". Però Terrore in città ci mette poco a sgonfiarsi. Mentre si aspetta che John Kirby torni in forze, grazie all'opera del mellifluo dottore, il film si sofferma sulle interazioni del personaggio di Norris con altri. Abbiamo il collega ciccione, che con la sua simpatia ed ingenuità alleggerisce i toni; una gang di motociclisti delinquentelli, con ragazza attraente al seguito, che vengono fatti sgombrare dal solo sceriffo in una sequenza che è un pò una versione aggiornata delle risse in saloon stile western; e poi la consueta figura femminile, la sorella del dottore "buono" che esordisce dando un ceffone a Norris, ma pochi istanti dopo i due sono già a letto (perchè erano già stati insieme). Il film si sofferma più del solito sulla coppia, ma quando arriva un intermezzo idilliaco, si ha proprio l'impressione che la sceneggiatura stia cazzeggiando. Comunque sia, siamo in un film con Chuck Norris, quindi nonostante il nemico stavolta sia qualcosa di "altro", quel che non possono cadute da grandi altezze e fuoco, forse può la sua capacità fisica e i suoi calci. E la resa dei conti tra il bene e il male fuori controllo avviene tradizionalmente, con un "match" in uno spazio aperto (con la figura femminile che un pò sta a guardare, un pò aiuta). Ma occhio al finalissimo, perchè sembra mettere in crisi la concezione stessa di una pellicola con Chuck Norris.
Alla fin fine, per quanto un pò rozzo (ma non particolarmente truce), Terrore in città è guardabile, perchè la suspance è sufficiente e perchè è oggetto particolare nella filmografia dell'attore, permeabile all'aria cinematografica del tempo (lo slasher; e non manca qualche soggettiva dell'assassino). Grandiosa la frase di lancio, in cui si spera ci fosse ironia volontaria: "Science created him. Now Chuck Norris must destroy him".
Alessio Vacchi

The freak show. HOBGOBLINS


Usa 1988. Su dvd Retromedia (regione 1).

Spezziamo una lancia in favore di Critters (Gli extraroditori, come diceva il simpaticissimo sottotitolo italiano) di Stephen Herek, da troppi additato come un semplice clone del Gremlins di Joe Dante. Sorvolando sui tempi della genesi del primo (anteriore al film prodotto da Spielberg), la pellicola sulle voraci palle di pelo spaziali ha dalla sua una realizzazione efficace, vuoi per gli effetti dei fatelli Chiodo, vuoi per la mano salda della regia, che lo rendono qualcosa di più di un semplice clone.
Dico questo perché Hobgoblins è l’altra faccia della medaglia, una malriuscita fotocopia dei due film succitati, sfornata alla fine degli anni ’80, durante la brevissima moda dei mostri in miniatura (a tal proposito, vale la pena citare Ghoulies di Luca Bercovici e Munchies di Tina Hirsch). I mostriciattoli del titolo sono dei piccoli alieni pelosi (un incrocio tra Gizmo e la sua progenie malefica, per intenderci) capaci di rendere reali le fantasie delle persone. Peccato che i loro intenti siano tutto meno che pacifici. A cercare di fermarli c’è il classico giovanotto sfigatello, reo di averli liberati dal sotterraneo di uno studio cinematografico in cui i maligni esserini erano stati rinchiusi decenni addietro. Aldilà del cast di incapaci sconosciuti e delle classiche trovate imbecilli patognomoniche del periodo (il duello tra due dei protagonisti in giardino và visto per crederci), ciò che lascia veramente basiti è la realizzazione ultra-economica del film, dalle scarne locations fino agli stessi villains formato mignon. Realizzati da Kenneth J. Hall (tecnico della scuderia Full Moon, nonché ogni tanto pure sceneggiatore & regista), gli hobgoblins non sarebbero nemmeno così tremendi, non fosse che per la maggior parte del tempo, causa totale assenza di animazione, sembrino esattamente quello che sono: pupazzi. La fotografia di bassa lega e la regia a 180 gradi (piatta, insomma) del regista Rick Sloane (sciaguratamente anche autore del copione) fanno il resto.
Similmente al Manos: The Hands of Fate di Harold P. Warren, il film è divenuto famoso grazie al passaggio televisivo (con dissacrante commento audio) nella trasmissione Mystery Science Theatre 3000: a sentire i responsabili dello show, questo è forse il peggior film che abbiano mai trasmesso. A portare il film in Italia ci pensò l’Avo Film con un’edizione VHS ormai persa nelle pieghe del tempo. In virtù dello status di cult-trash della sua creatura, lo stesso Sloane ha girato nel 2007 un sequel (fantasiosamente intitolato Hobgoblins 2), espressamente realizzato per essere uguale al prototipo ed al momento ancora inedito. Peccato.
Emiliano Ranzani

Memorabilia. IL TEMPO DELLE MELE e SPOSERO' SIMON LE BON


Ispirato dal dossier della rivista Nocturno di novembre, un aggiornamento a base di cinema giovane. Il flano del Tempo delle mele propaganda il film con un aggettivo che in quegli anni era di tendenza: è proprio del 1981 la commedia vanziniana I fichissimi e Porky's, poco tempo dopo, viene pubblicizzato come "il film + fico, anzi strafico dell'anno". Con Sposerò Simon Le Bon siamo cinque anni più tardi. Il flano punta dritto al pubblico dei teenagers, invitati a rispecchiarsi in questo filmetto. Ma il tempo è passato e se i Duran Duran si sono rimessi a nuovo, sfido un sedicenne d'oggi a conoscere la pellicola in questione.
Alessio Vacchi

domenica 7 dicembre 2008

The freak show. IL SOFFIO DEL DIAVOLO


Usa 1990. Su dvd Pegasus (regione 1).

È possibile fare un film dell’orrore scadente (per gli standard dell’appassionato) nonostante nel calderone si gettino zombi, stregonerie, spettri e demoni? L’esistenza di un film come Demon Wind dell’allora esordiente Charles Phillip Moore è una risposta più che affermativa. Questa poco conosciuta pellicola narra del giovane Corey che, istigato da strani incubi, si reca con la sua congrega di amici nella vecchia fattoria di famiglia per cercare di scoprire cosa accadde ai suoi antenati decenni prima, scatenando così una forza demoniaca da tempo sopita. Fortemente debitore de La casa e, soprattutto, La notte dei demoni, Il soffio del diavolo non ha il brio visivo del primo né il fascino scanzonato del secondo; la sceneggiatura, scritta dallo stesso Moore, è un mal strutturato pasticcio di satanismo (o suppergiù), battute deboli e scene già viste altrove in miglior veste. I personaggi sono un’accozzaglia di stereotipi del genere più un paio di bizzarri individui (tipo uno sbarbatello mago-karateka che palleggia una lattina prendendola a calci) che non conferiscono alla storia alcuna originalità, quantomeno in senso positivo. Alla regia il nostro non se la cava meglio, dirigendo in larga parte con stile piatto e poca ispirazione, mentre il ritmo stopposo rende arrivare in fondo al film una sfida non indifferente per chi guarda.
Il cast è composto da un cast di sconosciuti senza grandi doti. Il protagonista (tal Eric Larson) è figlio di Glen A. Larson, creatore di serie tv come Battlestar Galactica, Knight Rider e Magnum P.I. mentre una delle protagoniste femminili, Sherry Leigh (ora attiva come stunt-woman), era apparsa tre anni prima in Slaughterhouse di Rick Roessler. Anche sul lato più propriamente horror, il film è un’insalata di mediocrità, senza spaventi o forti iniezioni di violenza. Lasciano confusi alcune idee come i misteriosi e spettrali ragazzini che appaiono in testa alla vicenda per poi sparire completamente, rimpiazzati da un esercito di demoniaci revenants a metà strada tra i cadaveri ambulati di Romero e gli invasati di Tenney. I gommosi effetti di trucco, elargiti invero in larga dose, sanno di approssimativo, nonostante la presenza nei titoli di coda di professionisti come Lance Anderson (L’alba dei morti viventi, La cosa) o Dan Frye (Resident Evil, Ghostbusters 2) che probabilmente questa volta non avevano abbastanza soldi a disposizione. Da ribaltarsi dalle risate gli effetti ottici e relativi suoni, se non ci si è già appisolati quando entrano in scena: i meno tenaci cacciatori di squallore si possono accontentare della boccia con paesaggio innevato (tipico souvenir svizzero) che, sfracellandosi al suolo, fa esplodere una fattoria nel prologo, il che è tutto dire.
Emiliano Ranzani

The freak show. SKINNED ALIVE


Usa 1990. Su dvd Tempe (regione 1).

Dopo l’esordio con The Dead Next Door, J.R. Bookwalter, cineasta di Akron, Ohio, decide di mettere in piedi la sua piccola casa di produzione e distribuzione, ispirato dalla brezza di libertà che nei tardi anni ’80 ancora si respirava nel mercato home-video. Così, la neonata Tempe Entertainment, oltre a rappresentare i film diretti in primis dal suo fondatore, sforna periodicamente opere dirette da terzi, tra cui questo Skinned Alive.
L’economico prodotto in 16mm (uno degli ultimi dell’etichetta ad essere girati in pellicola) narra le gesta di una famiglia di tre psicopatici, vale a dire una mamma guercia e paralitica che si fa chiamare CrawlDaddy e i di lei figli (fratello e sorella con un rapporto vagamente incestuoso), che, muovendosi in furgone, uccidono chi capita loro a tiro per poi venderne la pelle lavorata. A causa di un guasto al loro mezzo, il trio di maniaci diviene ospite del meccanico locale, un bietolone talmente idiota che non si accorge nemmeno chi si è messo in casa nonostante la scia di morti che segue. Ma ci penserà il vicino di casa, un poliziotto dal matrimonio in crisi, a fare giustizia.
A dispetto delle simpatiche premesse, l’opera prima (ed ultima) di Jon Killough è lungi dall’essere godibile anche per i più accaniti appassionati. Tralasciando la scadente realizzazione tecnica, talmente scialba da non poter essere salvata dal montaggio del tecnicamente competente Bookwalter (che nel film appare nei panni di uno sventurato testimone di Jehovah), il film è un boccone difficile da mandar giù per via dei suoi molteplici difetti, tra cui il ritmo inesistente, gli attori inetti, le battute patetiche e gli irritanti tentativi di humour nero. L’eccessiva economia dell’operazione (anche per una storia così semplice) spalma poi sul tutto uno spesso strato di squallore. L’unica vera attrattiva per gli horrorofili è la presenza nei panni di Phink (uno dei tre assassini) di Scott Spiegel: inizialmente collaboratore del primo Sam Raimi, poi divenuto regista dello slasher The Intruder (nonché del secondo Dal tramonto all’alba) e recentemente produttore dei due Hostel di Eli Roth. Ma è poca cosa.
Emiliano Ranzani

Memorabilia. IL ROMPIBALLE


Che dire? Impagabile. Nel dicembre 1973 viene così gettato l'amo per l'imminente uscita de Il rompiballe, commedia francese poi rifatta (non benissimo invero) da Billy Wilder. Che poi quel che viene detto non è neppure vero (il primo rompiballe che salta alla mente di chi scrive è il petulantissimo Alberto Sordi de Mamma mia che impressione!), però fa effetto.
Alessio Vacchi

domenica 30 novembre 2008

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 26° TORINO FILM FESTIVAL, 21-29/11/2008. TONY MANERO


Cile/Brasile 2008. Di Pablo Larrain.

E' l'unico film in concorso che chi scrive ha visto, ma non era difficile ipotizzare per esso qualche premio, che infatti è arrivato: miglior film, miglior attore protagonista, premio Fipresci. Interpretato in modo straordinario da Alfredo Castro, Raúl è un uomo ossessionato dal Tony Manero della Febbre del sabato sera. Si reca a vedere quando può il film balbettandone i dialoghi -forse tra le più tristi scene ambientate in una sala cinematografica-, e cerca di imitarlo mettendo in piedi un balletto insieme alla sua "famiglia". La ricerca del vestito, della pavimentazione adeguata sembrano essere le sue uniche preoccupazioni. Ci sono dei "ma": Raul è un assassino, un uomo oscuro e laconico -ma nel film è raro vedere sorrisi da parte di chiunque-, che uccide a volte senza apparente motivo, a volte per bisogno, a volte per rabbia. La violenza estemporanea di Raul è talora elisa, efficacemente. E siamo nel Cile della dittatura di Pinochet. Il clima politico disgustoso è messo in luce con tocchi anch'essi efficaci: gli scagnozzi con la loro frase-condanna a morte "C'è un procedimento in corso", il memorabile scambio di battute "Dobbiamo restare tutti uniti per lavorare a questo ballo", "Tutti uniti? Zitti, comunisti di merda!". Al clima di paura fanno da contraltare (richiamando vagamente il contrasto torture/spettacoli di massa di Garage Olimpo) i modesti lustrini dello show tv che dovrebbe regalare la gloria a Raul, uomo che ha scelto un modello difficilmente eguagliabile e che non può dargli vera soddisfazione, nonostante paia dare un senso alla sua vita, donandogli un punto di riferimento, sebbene poco concreto, e delle cose da fare.
L'approccio registico è implacabile e sta tra la vicinanza fisica ai personaggi, ai volti, attraverso la camera a mano, e un grado di distacco gelido nell'osservare una realtà squallida: il nucleo familiare di Raul è promiscuo, con il culmine raggiunto dal rapporto "mancato" tra padre e figlia, scena fortemente erotica (ma è da segnalare anche un lampo hard). L'assenza di commento sonoro extradiegetico e il concentrarsi sul nucleo di personaggi principali (chi/quanto si vede del mondo "fuori"?) catturano l'attenzione spettatoriale e rendono opprimente il clima. Chiusura ottima, all'insegna di una drammaticità totale ma trattenuta (che porta alla mente Un borghese piccolo piccolo). Film venato di un umorismo che si spegne sulle labbra, non è per impressionabili e per depressi, ma tenetelo d'occhio quando uscirà in sala.
Alessio Vacchi

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 26° TORINO FILM FESTIVAL. DREAMCHILD


UK 1985. Di Gavin Millar.

Questo è un film che suscita sentimenti particolari, non propriamente positivi. Parte con modesti scambi di battute tra pupazzi e prosegue poi introducendo un personaggio di anziana protagonista sgradevole. Il commento di un amico ("Speriamo che muoia 'sta vecchia") testimonia come il personaggio intepretato da Coral Browne sia antipatico andante: sarà voluto, ma non agevola la visione. Rigida, presuntuosa e scostante, anche con la sua giovane pupilla accompagnatrice, l'ex musa del Lewis Carroll che scrisse Alice nel paese delle meraviglie intraprende un viaggio fisico in America, per il centenario della nascita del reverendo scrittore; ed un viaggio più mentale, a base di visioni in cui rimembra il suo passato di bambina e contatti col mondo fantastico creato da Carroll. Ci sono momenti abbastanza spietati nel sottolineare la vecchiaia, l'avvicinarsi della fine per la protagonista (le stesse creature la maltrattano verbalmente in tal senso).
Come immaginabile, la signora si ammorbidirà pian piano e infine si commuoverà, comunque: c'è qualcosa, come detto, che non gira a dovere, l'amalgama di personaggi sgradevoli (la vecchia, il giornalista figo) o patetici (la giovinetta), elementi infantili ed altri più adulti. Comunque, ci sono aspetti interessanti: le creature di Jim Henson, che sono volutamente "brutte", un pò da incubo e soprattutto il rapporto tra il reverendo e la bambina, in cui l'uomo, intepretato da Ian Holm, lascia ben intendere un sentimento di adorazione per lei che ha a che fare con la pedofilia (questo è uno di quei film in cui le ragazzine sono adorabili e vorresti abbracciarle, cosa che non sempre capita nella realtà...). Emozionato, Hodgson-Lewis Carroll si fa anche sgamare dalla piccola Alice, che qualcosa pare capire (nella scena in barca). Il che, bene o male, rende questa ricognizione intorno al mondo di Alice non per bambini.
Alessio Vacchi

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 26° TORINO FILM FESTIVAL. IMMACOLATA E CONCETTA, L'ALTRA GELOSIA


Italia 1979. Su dvd Ripley.

Nella sezione L'amore degli inizi, Salvatore Piscicelli ha presentato il suo film d'esordio. Storia d'amore lesbico in una cittadina del sud Italia, tra la sposata con figlia Immacolata (Ida di Benedetto) e Concetta (Marcella Michelangeli). La loro relazione nasce in carcere, ma con scelta originale noi iniziamo a vederla solo quando entrambe sono libere e si reincontrano. Le protagoniste, in particolare il personaggio di Ida di Benedetto, sono forti, orgogliose: "Mi piace essere libera, fare quello che mi padre", "Non sono io che ho bisogno di te, sei tu che hai bisogno di me", dice al marito. Ma l' "altra gelosia" del titolo indica che non ci si deve aspettare una più tradizionale storia in cui le due vengano punite per il loro scandaloso amore. Sì, "la gente chiacchiera", si sente dire: ma questa gente, nel film, praticamente non si vede. Piscicelli e la cosceneggiatrice Carla Apuzzo si tengono concentrati su personaggi e vicenda, senza digressioni. E gli uomini, nel film, o soccombono arrabbiati (il marito di Immacolata) o vengono a turbare, col loro appetito sessuale, l'unione tra le donne (il viscido Ciro). Il tutto si concluderà drammaticamente, con un atto che chiude un cerchio apertosi col primo gesto violento di Marcella. Di impatto le scene di sesso, che il regista ha raccontato di aver tenuto volutamente lunghe per poter agevolmente tagliare in caso di obiezioni censorie: che, incredibilmente, sono arrivate solo con l'unica scena etero.
Un film che, a detta dello stesso regista, utilizza forme di espressione popolare (alla fin fine si tratta di un melodramma, e i titoli di testa e di coda scorrono su un motivo tradizionale; l'ambientazione, poi, è "bassa"), di ambientazioni e fotografia realistiche, spoglio, anche dal punto di vista sonoro (riempito in sala dal frusciare della copia); al contempo, c'è qualcosa di dilatato e di "teatrale" nella recitazione che all'inizio può fare sorridere, ma è molto probabilmente consapevole.
Alessio Vacchi

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 26° TORINO FILM FESTIVAL. HUNGER


UK/Irlanda 2008.

Un illustre omonimo, Steve McQueen, esordisce alla regia con questo potente film, provocatorio, senza sconti e multiforme. Hunger è divisibile in diverse tranches: una lunga apparente introduzione in cui McQueen sta su un personaggio che non è il protagonista, la parte di lotta carceraria in cui il film sembra prendere la forma di un prison-movie "hard", per poi spiazzare con un lunghissimo piano sequenza di dialogo a camera fissa (complimenti agli attori, che si scambiano le battute magistralmente) e proseguire concentrandosi sul martirio che il protagonista si autoinfligge con lo sciopero della fame. Un limite che il film ha alla base è che il problema affrontato -la protesta, da parte dei detenuti appartenenti all'IRA, per il mancato riconoscimento dello status di prigionieri politici- possa far pensare qualcosa tra il "machissene" e il "fatti loro" allo spettatore, tantopiù che si viene immersi nelle cose senza particolari appigli di conoscenze su antefatti e personaggi. Ma va detto che da un lato il film supera questo con la forza del filmico e del profilmico, dall'altro pare porvi una pezza con la citata sequenza dialogica, che funge anche un pò da quiete dopo la tempesta, tra il sacerdote e Bobby Sands, in cui si parla di ragioni della lotta e della sensatezza o meno di morire e portare altri alla morte, per proseguire con coerenza fino alla fine e non cedere. Quello del sacerdote non è l'unico personaggio per così dire "dall'altra parte della barricata" che McQueen isola: c'è il poliziotto con cui si apre placidamente il film e, più brevemente, il giovane agente pestatore.
Il film affronta una questione politica (un paio di discorsi della Thatcher si odono in voice over) da un punto di vista non astratto, ma mostrando il calvario di qualcuno che ha scelto da che parte stare in modo assoluto. Diventa così una pellicola sulla determinazione e sul corpo, o meglio: su una determinazione ferrea che si esplica su un corpo che è (auto)condannato a portarne i segni. Da notare la performance fisica degli attori che intepretano i prigionieri, tra nudi e violenze prima e poi con lo smagrimento di Michael Fassbender che interpreta Bobby Sands (la mente va al Christian Bale de L'uomo senza sonno).
Alessio Vacchi

domenica 16 novembre 2008

Tra pagina e schermo. IL 13° GUERRIERO


Tit. or.: The 13th warrior. Usa 1999. Su dvd Buena Vista.

Un romanzo che potremmo quasi definire “antropologico”, Mangiatori di morte: nel narrare l’incontro fra un ambasciatore arabo e un clan vichingo, Michael Crichton s’era divertito a sottolinearne le differenze culturali e il comprensibile imbarazzo da parte di entrambe le fazioni, così dissimili in usi e costumi e nella concezione che possiedono del mondo che le circonda. Come può un arabo giustificare la pratica dei sacrifici umani con cui i vichinghi onorano la dipartita di un guerriero? Come far capire a dei vichinghi sbevazzoni il valore che un buon musulmano dà all’astinenza dall’alcol? Simili problematiche non sfiorano più di tanto la trasposizione cinematografica di John McTiernan: al regista interessava realizzare un buon film d’avventure, quindi si è concentrato sugli aspetti del romanzo che meglio rispondevano al progetto, tralasciando il resto. Qualche accenno umoristico alla cavalcatura del protagonista, oggetto di dileggio da parte dei rustici danesi che la paragonano ad un cane per le dimensioni ridotte; un buffo episodio in cui l’ambasciatore mediorientale si vede concedere una licenza alcolica e può partecipare alle libagioni organizzate dai suoi ospiti, in quanto la loro bevanda è Idromele e quindi non strettamente vietata dal Corano (lì la proibizione riguarda qualsiasi estratto dall’uva).
Facezie hollywoodiane che tralasciano l’interessante esempio di “narrativa da viaggio” fornito dal testo di Crichton; e la lotta dei vichinghi contro una misteriosa tribù paleolitica dedita a riti cruenti e ad un arcaico culto in onore dell’Orso (episodio presente anche nel romanzo) accentua i toni orrorifici, trasformandosi in una lotta all’ultimo sangue fra Luce e Oscurità, civilizzazione e barbarie. Elementi assenti dal libro, dove anzi viene tracciato un interessante parallelismo fra le due civiltà, apparentemente lontane nel tempo ma accomunate da analogo senso di appartenenza ad un nucleo sociale che difende la propria esistenza e guarda con sospetto ad elementi estranei. Quanta differenza corre effettivamente fra gli efferati adoratori dell’Orso e i selvaggi Berserker vichinghi? In fondo, è possibile che gli uni discendano dagli altri. In tal senso viene radicalmente modificato anche il finale del libro, decisamente più ambiguo e irrisolto dell’ending eroico concepito da McTiernan per il film (decisamente più adatto alle platee in cerca di un innocuo action d’evasione). La scelta del fascinoso latino Antonio Banderas come attore protagonista ben riassume la visione ludica e poco interessata alla verosimiglianza storica dei produttori.
Corrado Artale

Focus on. Chuck Norris: TRIADE CHIAMA CANALE 6


Tit. or.: An eye for an eye. Usa 1981. Di Steve Carver. Su dvd Universal.

Si comincia con un dramma tipico del genere: l'agente Chuck -che stavolta non ha i baffi- perde il collega durante una missione che va a male. Come non bastasse, il suo superiore lo cazzia: e lui molla distintivo e pistola. La donna del defunto, una giornalista, viene fatta fuori. Dietro, ci sono gli affari delle triadi hongkonghesi. Chuck-Sean Kane si rivolge all'amico James Chan -intepretato dal veterano Mako, scomparso da pochi anni- che lo aiuterà a difendersi dagli attacchi e a dare l'assalto alla gentaglia del caso. Chuck Norris torna ad avere a che fare con l'oriente in questo filmetto che funziona a livello basico, e che può tornar buono per un pomeriggio in cui non si sa che fare.
Non mancano ricorrenze dei film che lo vedono protagonista: l'allenamento al sacco con i flashback del passato che pesano (tanto che l'oggetto cade per la forza dei colpi!), una sequenza di attacco notturno ai nemici, e un personaggio femminile che bene o male lo aiuta. Quando entra in scena questa collega della giornalista uccisa, si capisce già che lei sarà la donna di Chuck per questo film. Mica solo James Bond deve fare conquiste..., comunque ci viene risparmiata la breve scena di prammatica a letto.Nomi illustri nel cast, senza molte scene: Richard Roundtree (Shaft, per dirne uno) è il capitano di Norris, che dopo avergli dato il benservito si limita comodamente a tampinarlo, seguendo il suo percorso verso lo sgominamento dei malvagi. Christopher Lee (secondo nome nei credits) interpreta un distinto figlio di cagna e il suo aplomb rende gradevolmente il personaggio. Ma da segnalare è soprattutto il cattivo grosso e zoppetto, che porta alla mente l'Oddjob di Agente 007 missione Goldfinger. Uno dei momenti di culto del film è lo scontro finale tra Chuck e il titanico bastardo. I colpi del primo sembrano non fargli nulla, e viene sbatacchiato come un sacco. Ma ad un certo punto l'agente si concentra e, mollandogli tre calcioni in volto al ralenti -stavolta funzionanti-, lo stende. L'altro momento notevole è quando Chuck, arrabbiato, sgancia la sua auto dal carro della rimozione forzata, e l'addetto, capendo che non è il caso di discutere, lascia perdere: grande catarsi per tutti quelli che ce l'hanno con vigili e tutori del traffico vari (senza mai assumersi colpa). Le musiche suonano telefilmiche, ma d'altronde, a vedere questi film nel fullscreen in cui li si trova facilmente, risultano consone. Titolo italiano, bisogna dirlo, più simpatico dell'originale.
Alessio Vacchi

Memorabilia. IL GIUSTIZIERE GIALLO


Meglio non avere a che fare con questo Giustiziere giallo, protagonista del film del 1973. Nel decantare la potenza del personaggio si citano gli arti d'acciaio, e non è l'unica volta nei titoli italiani. L'immagine propone una classica posa di violenza, ma nelle locandine del genere si trovano ben altri, buffi, eccessi.
Alessio Vacchi

domenica 9 novembre 2008

Incompresi. Comici allo sbaraglio: OGNI LASCIATO È PERSO


Italia 2001. Su dvd Columbia.

Il Pierfrancesco Favino dell'attualmente in sala L'uomo che ama non è stato mica il primo attore a portare sullo schermo la sofferenza maschile amorosa... Ogni lasciato è perso è il primo film che Rita Rusic produce dopo la rottura con Cecchi Gori, insieme alla sorella Lierka. Allora ci si aspettavano grandi cose dalla Rusic, in quanto presunta forza propulsiva dell'ex marito, ma con i film che ha prodotto da sola non l'ha di certo sempre imbroccata. L'esordio al cinema di Piero Chiambretti avviene dopo anni di titubanze e progetti non andati in porto (tra cui la partecipazione al vanziniano Sognando la California*). Il conduttore, da poco uscito da una storia d'amore, sceglie un plot che ha dell'autobiografico: impersona appunto un presentatore tv, di nome Piero C. (sic), di una trasmissione sull'amore, che viene inaspettatamente lasciato dalla sua ragazza, interpretata dalla bellissima Vanessa Asbert -non troppo credibile al fianco di Chiambretti-. Il film si incentra sul percorso di sofferenza amorosa del protagonista che, mogio mogio, cerca conforto negli amici (tra cui il professore Felice Andreasi e lo psichiatra Antonio Catania), con la speranza che lei si rifaccia prima o poi viva. Cartomanti e rimedi magici non servono: voltare pagina per lui è molto difficile, anche se qualche altra donna si affaccerà.
La pellicola si apre con delle vedute di Torino, Mole Antonelliana e tetti vari, che darebbero il sorriso alla Film Commission della città. Nel corso del film si vedono vari luoghi torinesi, tra cui il teatro Carignano ed il ristorante, di proprietà di Chiambretti, F.lli La Cozza. Quando compare il personaggio della “amica del cuore” del protagonista, si capisce già che i due scopriranno di dover stare insieme. Ma il problema del film non è la scontatezza, perchè va ammesso come nell'ultima parte poco vada in una direzione ovvia; né che sia girato male, perchè la confezione c'è: il Chiambretti regista cerca un suo stile con inquadrature oblique, dall'alto, più generalmente chiudendo i personaggi in scena come in dei quadretti, cercando una deformazione ironica. E' che il tutto non regge niente bene l'ora e mezza di durata. A forza di girare in modo ombelicale intorno al protagonista ed alle annesse chiacchiere e battute sull'affrontare l'amore che se ne va ecc., finisce con l'avere scarso respiro e ad un certo punto si aspetta solo che termini. In ogni caso, tra le cose più simpatiche si possono citare la trovata del dormire insieme al portiere e relativa moglie per combattere la solitudine, e la scena con le due donne che vogliono un autografo mentre Piero si rivolge alla statua divina (“Un attimo che finisco col Signore”). Ma chi ce l'ha col cinema italiano “piccolo” nel suo frequente trattare di personaggi maschili in crisi, stia alla larga.
Un paio di scene per l'ex direttore di Raidue Carlo Freccero, nella parte proprio del direttore del canale tv in cui lavora il protagonista; mentre ha una piccola parte Vladimir Luxuria. E' l'ultimo copione a cui ha collaborato il leggendario sceneggiatore Leonardo Benvenuti, a cui il film è dedicato. Tra gli autori delle musiche figura, facendo strabuzzare gli occhi, David Lynch.
Alessio Vacchi

* fonte: Ciak gennaio 2001, pag.80.
http://www.arturovillone.it/lavori/art_ognilasciato_1.html

La youtubata. PIERO CHIAMBRETTI 1983


Il Chiambretti dispettoso "guastatore" tv appare qui in una versione, riproposta da Mai dire tv, poveristica, degli inizi: ma la qualità video del reperto fa apparire le cose peggiori di quel che sono. Notare l'ineffabile risposta finale dell'uomo in bici.
Alessio Vacchi

domenica 2 novembre 2008

Io c'ero. Festival ed eventi vari. CINEMA. FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA, 22-31/10/2008. $ 9.99


Australia/Israele 2008.

Impreziosito dalle voci di Anthony LaPaglia, Geoffrey Rush ed altri attori australiani meno noti, $ 9.99 vede la regista Tatia Rosenthal collaborare, non per la prima volta, con lo scrittore israeliano Etgar Keret. Costata anni di lavoro, è una pellicola che facilmente piacerà, essendo animata (e questo spesso basta a creare consensi), non sciocca, dal tocco delicato. Ma mi si permetta di far sentire una voce parzialmente negativa. Il film racconta casi di vita incrociati di una serie di personaggi che vivono in un caseggiato. C'è un anziano che soffre di solitudine, un tizio lasciato dalla ragazza perchè accusato di immaturità, un signore a cui capita una brutta avventura con un figlio che cerca il senso della vita attraverso un libro acquistato per corrispondenza... Sui corpi dei personaggi si vede il lavoro umano, le tinte stese. Siamo quindi lontani da un'animazione digitale (sebbene della postproduzione, chiaramente, ci sia) e più vicini alle dita visibili nella plastilina di Wallace & Gromit. I corpi camminano rigidi -in stop motion- e hanno una boccuccia un po' grottesca, ma non si fa una colpa di questo.
E' apprezzabile che $ 9.99 sia un film d'animazione adulto, senza poi che ciò voglia dire contenuti forti, di volgarità o violenza che siano. Ma nonostante i sorrisi e il mood dolceamaro in cui culla lo spettatore, manca qualcosa. A pensarci un attimo, molto di ciò che si vede nel film risulterebbe fiacchissimo se interpretato da attori in carne ed ossa. Con l'eccezione, come minimo, del calvario fisico a cui finisce col sottoporsi uno dei personaggi per amore. Mentre al contrario, il culmine della parabola dell'angelo tradisce una paradossalità fine a sé stessa; e sì che lo stesso personaggio apre il film in una sequenza intrigante, che disorienta. E' soprattutto il reiterato, ostentato refrain del “senso della vita” che dovrebbe fare da dolceamaro collante a non convincere e a mangiare un po' di fiato al film, che pure dura poco. Perchè non ha pregnanza e si conclude in una bolla di sapone, come ampiamente prevedibile. Che cosa dice il film, cosa se ne trae? Il suo velo d'ambizione gli nuoce. Lode comunque, ci mancherebbe, all'impegno. I due cortometraggi precedenti della Rosenthal sono disponibili su youtube.
Alessio Vacchi

Io c'ero. Festival ed eventi vari. CINEMA. FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA. L'HEURE D'ÉTÉ


Francia 2008. Di Olivier Assayas. Su dvd mk2 (Francia).

Il pimpante regista francese, che si è sforzato di parlare in italiano, ha introdotto l'anteprima italiana di questo suo nuovo lavoro dicendo che l'ispirazione viene dal recente lutto della madre, sebbene il mondo ritratto nel film non gli appartenga. Pur trattandosi di un film di livello dignitoso, un po' di delusione c'è. Un nucleo di fratelli deve fare i conti con la scomparsa della madre e conseguente sistemazione dell'eredità, che consiste in numerosi oggetti di valore artistico e una casa che ha, chiaramente, valore di ricordo. Ma le loro esigenze sono differenti.
Assayas struttura il film in blocchi, incorniciati, in modo soft e demodè, da dissolvenze in nero: più volte questi segmenti attaccano con l'entrata del personaggio di Charles Berling, quello maschile principale. Da parte dell'Assayas scrittore è apprezzabile il modo in cui è gestito il lutto: niente scene madri, abbiamo un poco prima e poi un dopo la dipartita della donna. Sono notevoli, da parte della regia, alcuni momenti in cui isola certi personaggi nel loro dolore: per esempio la Binoche alla camera ardente che si commuove, affranta, o Frédéric che si allontana abbattuto perchè si è reso conto che perderà la cara casa. L'autore si incarta, però, su alcune scene di dialogo poco interessanti, in cui si parla di oggetti d'arte ed eredità, che rimangono fredde sullo schermo e appesantiscono. Chiusura affidata ai giovani, con una sequenza di festa che ricorda quella di L'eau froide, in una versione minore. L'heure d'été parla dello spiacevole ma inevitabile concludersi di certi capitoli nella vita, di legami familiari che possono stare stretti e di un passato le cui vestigia tangibili si guardano passare via. E' un film tranquillo, francamente un po' troppo borghese, a cui manca quel mordente, quell'emozionalità che c'erano in L'eau froide, in Clean. All'attivo va messo comunque un po' tutto il parco attoriale, a partire da una Juliette Binoche bionda e giovanile.
Alessio Vacchi

Io c'ero. Festival ed eventi vari. CINEMA. FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA. 8


Francia 2008. Di autori vari.

L'anno scorso a Roma era passato Chacun son cinema, film a innumerevoli, brevi episodi d'autore commissionato dal patron di Cannes. Quest'anno il film a episodi autoriale è stato questo 8. Cominciamo con una bella banalità: operazioni come questa paiono avere la disegualità incorporata. Affidando a tot registi tot episodi, si otterrà un totale ad alti e bassi. 8 non fa eccezione. Ogni episodio dovrebbe dire qualcosa riguardo gli otto Millennium Development Goals, gli obiettivi che numerosi stati si sono impegnati a raggiungere entro il 2015.
Dopo una introduzione con delle immagini proiettate su corpi, il primo episodio è quello di Abderrahmane Sissako, con protagonista una ragazzina etiope che va a scuola. Corretto, ha un momento di accensione quando lei dichiara il proprio pessimismo riguardo l'abbattimento della povertà. L'episodio dell'attore Gael García Bernal non suscita granchè, sebbene non sia male, immagini e voce over per una storia di affetti a distanza. Con Gaspar Noè si arriva all'episodio se non proprio più bello, più rigoroso e significativo. Provocatorio come al solito, Noè mette a disagio lo spettatore appioppandogli 17 minuti concentrati su un malato di Aids del Burkina Faso che racconta sé stesso, la sua malattia, quello che comporta. La sua voce è preregistrata e la ascoltiamo insieme ad un tappeto di pesanti bassi che pulsano, mentre Noè sta su di lui sovente in primo piano. Un paio di volte l'uomo guarda in macchina, verso la fine si alza e cammina fino a una sorta di casetta buia. Il pensiero che fa chi guarda è “sì ok, ma ora passiamo oltre”, e forse è proprio quello che Noè si prefiggeva. Jane Campion conquista un ideale secondo posto, ambientando nella sua Australia una storia di giovani che tentano di organizzarsi contro la siccità che sta attanagliando la zona. Poetico. Mira Nair gira un segmento pulito, un dramma di tradimento in interno familiare, che forse non dice abbastanza sul tema di riferimento. (l'uguaglianza di diritti tra uomo e donna). Van Sant firma una breve cosa che sembra di maniera, con riprese al ralenti, in formati “poveri”, di ragazzi che vanno in skate in cui si vede l'ombra lunga del suo ultimo Paranoid park, e cifre sulla mortalità infantile sciorinate a tutto schermo. Anche se, complice l'avvolgente commento sonoro, un'ombra di inquietudine la dà.
Il Jan Kounen di Dobermann che ci fa qui? Gira in un bianco e nero raffinato la storia di un parto sfortunato, un po' cantata un po' illustrata, ambientata in una piccola popolazione amazzone. Volenteroso, forse non gli giova l'arrivare verso la fine. La nota dolente, ma pare di sparare sulla croce rossa, è l'episodio di Wim Wenders. Purtroppo bisogna distinguere tra il come ed il cosa. Il cosa è il parlare del microcredito. Ma l'ideuzza degli oppressi che scavalcano i media e fanno sentire la propria voce affonda nell'imbarazzo, con queste persone che balzano fuori dagli schermi e spiegano tutto allo spettatore, guardando in macchina. L'episodio diventa uno spot per il microcredito: massima didatticità, cinema pochino. Da mostrare in televisione, magari.
Alessio Vacchi

Foto da The water diary, l'episodio di Jane Campion.

Io c'ero. Festival ed eventi vari. CINEMA. FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA. MAN ON WIRE

Man on Wire
UK/Usa 2008. Di James Marsh. Su dvd Magnolia (regione 1).

C'è chi non si accontenta di vivere una vita monotona e sicura, ma povera di emozioni. E lotta per realizzare i suoi sogni. Pacifico. Solo che per il Philippe Petit protagonista di Man on wire, il sogno è camminare su di un filo a centinaia di metri d'altezza, tra le defunte Twin Towers di New York. Un sogno che dopo anni di incubazione ed altre camminate estreme, con le torri in via di ultimazione decide di tradurre in pratica, insieme ad alcuni complici. Man on wire è un documentario con una marcia in più, per via di diverse ragioni. Ha una forma piuttosto coinvolgente, per via dell'impasto di musiche, tocchi di ricostruzione realizzati in modo sensato, pezzi d'epoca. Poi, per la personalità tracimante del funambolo francese, che affascina con la sua mimica, passione e coraggio. Divertito ma determinato, era cosciente che con imprese come quella rischiava la vita alla grande. Nella sua impresa si possono vedere una sfida ai limiti umani ed anche uno sberleffo al potere, con la polizia che non sa bene come trattarlo.
E' curioso come, più di lui che stava sul filo, alcuni degli intervistati si emozionino ancora a ricordare passaggi relativi alle vicende raccontate, dopo oltre trent'anni. Il lavoro diverte e talora fa venire le vertigini, nonostante la struttura che va avanti ed indietro nel tempo ed il tema che di suo poteva non essere a prova di bomba nel reggere un'ora e mezza.
Alessio Vacchi

Io c'ero. Festival ed eventi vari. CINEMA. FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA. WHERE IN THE WORLD IS OSAMA BIN LADEN?


Usa/Francia 2008. Su dvd Weinstein Company (regione 1).

Morgan Spurlock è accostabile a Michael Moore, per il suo portare avanti un cinema documentaristico nel quale lui stesso si mette in scena e si propone come personaggio. Spurlock ha un atteggiamento più da burlone: infatti parte in quarta con l'umorismo, mostrando addirittura uno scontro animato, a mò di videogame, tra lui ed il temibile Osama. Ma presto diventa chiaro come il film sia, più che un documentario sul terrorista islamico, il viaggio da parte di uno statunitense nel Medioriente. Struttura il suo percorso giocosamente, a tappe come fosse la missione di un videogiocatore. Spurlock continua a chiedere qua e là dove possa trovarsi Osama, ma l'obiettivo sembra una ricognizione in questi paesi lontani, a contatto con la gente, per scavalcare i luoghi comuni dei media e rendersi conto della vita vera e dei pensieri di chi in quei posti ci sta. Come dire: attenzione, qua non c'è solo terrorismo, ma gente comune, famiglie. Ostentando un atteggiamento aperto e rispettoso, ma non per questo risparmiando una stoccata al connubio arabo tra religione e stato: una delle scene più inquietanti è proprio quando lui, guardato a vista, tenta un'intervista a due scolari arabi che però non possono rispondere alle sue domande “irrispettose”.
A spezzare anche geograficamente l'andamento del film, scene con la fidanzata di Spurlock che aspetta un bambino. A ricordare la casa, la vita che l'autore ha momentaneamente lasciato ed offrire il destro per il pistolotto finale (che mondo vogliamo, uno composto di sospetto, odio, violenza?). Il film è piacevole, umano, e quando vuole il suo protagonista sa suscitare la risata anche fragorosa. Uno dei limiti può essere il fatto che non tutto quel che viene detto è certamente nuovo, almeno per noi: Spurlock ha un pubblico base di riferimento, che è quello americano.
Alessio Vacchi

Io c'ero. Festival ed eventi vari. CINEMA. FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA. APPALOOSA


Usa 2008. In sala prossimamente.

Il western è un genere che un tot di volte l'anno fa ancora capolino nella produzione americana (ma ricordiamo en passant l'australiano The proposition). Di recente abbiamo avuto il dignitoso (anche se per molti pessimo) remake di Quel treno per Yuma ed il notevole L'assassinio di Jesse James da parte del codardo Robert Ford. Ora ecco Appaloosa, nuova regia del veterano attore Ed Harris. E' un western classico: registicamente pulito, con un personaggio di antagonista che spadroneggia ingiustamente in una cittadina, una situazione di scorta ad un bandito-assalto da parte dei complici-nuova ricerca dei malviventi, una donna che giunge col treno e scompaginerà qualche equilibrio ed un personaggio che alla fine si allontana verso l'orizzonte.
I due protagonisti sono calatissimi nel loro ruolo: Harris e Mortensen li diresti parte integrante del vecchio West, con le loro espressioni ed il loro modo di parlare. La durata del film è contenuta (114') e non si avverte. Uno degli aspetti curiosi è il modo in cui viene declinato il topos dell'amicizia virile. Tra i due uomini qui arriva una donna molto civetta, che si lega al personaggio di Virgil Cole ma si rivela un po' troppo facile. Quando emerge il mezzo tradimento di lei con Everett Hitch, la cosa si risolverà a pugni? No: i due uomini isolano momentaneamente la donna e ci ragionano su. Cole si fida di Hitch, più di quanto si fidi di lei, e lo dice esplicitamente. Il compare viene prima di una donna, pure a lungo attesa (“Finora ho avuto solo puttane e squaw”).
Probabilmente chi apprezza il genere uscirà dalla proiezione con un sorrisone, avendo avuto la sua razione di sgaloppate, amicizia virile, scontri a fuoco ecc., in un film del 2008 che sembra venire dritto dal passato: anche se il cattivo che viene ingiustamente graziato può dire qualcosa ai giorni nostri. Ad Appaloosa non manca un buon respiro registico, nonostante gli scontri a fuoco siano molto secchi, non epicizzati; e nella scrittura le linee di dialogo sono precise (con l'ironia del tormentone “...che parola volevo dire?”). Gli manca qualcosa per essere un grande film, forse resta leggermente schiacciato dalla sua classicità proprio a livello di sceneggiatura.
Alessio Vacchi

Io c'ero. Festival ed eventi vari. CINEMA. FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA. GALANTUOMINI


Italia 2008. Di Edoardo Winspeare. In sala da novembre.

Winspeare ha dichiarato che voleva assolutamente Donatella Finocchiaro. Solo l'attrice catanese, a suo dire, possedeva quelle caratteristiche che dovevano esserci nel personaggio femminile. Sommando questo sentirsi necessaria al giusto premio come miglior attrice, si può dire che con questo film le sia andata bene.
Qualche cosa di Galantuomini è accostabile a Gomorra, per esempio la grottesca scena del giuramento di fedeltà, che mostra una squallida quotidianità del crimine. Ma Winspeare si muove su una strada più romanzata rispetto al film di Garrone. Più che un film sulla Sacra Corona Unita, è il percorso di una donna che vive ed opera nel mondo della criminalità organizzata, maschile e maschilista. Si sa far rispettare, ma la sua vita sembra solo serietà e sofferenza. Il suo essere una donna, ma che comanda, le viene spesso rinfacciato (la scena in barca) e le frutta quasi una violenza. E' anche madre. La disumanità del crimine è fatta emergere dal progressivo isolamento, messa in pericolo della protagonista femminile (un pò come nella vicenda del sarto di Gomorra). Che si rende conto del mondo in cui vive, ma come fare a smarcarsene? Lei sta in mezzo a, e va a letto con, uomini dalla parte della delinquenza, mentre il maschio ideale è evidente come sia l'amico procuratore, di bell'aspetto e dalla parte della legge, che è pure attratto da lei. Il film ci arriva, soffermandosi sulla loro raggiunta intimità. La donna può finalmente essere “femmina”; ma poi si termina con un finale notevole, sospeso, di quelli che paiono fatti apposta per fare brancolare e innervosire lo spettatore (e dunque assai graditi). Beppe Fiorello se la cava (non è esattamente coprotagonista, come il manifesto può far pensare), e così Gifuni, che è una scelta sensata per un personaggio di uomo mite e probo. Ogni tanto Winspeare fa vibrare della musica e guarda al “suo” paesaggio, quello leccese, ma non c'è banale folklore. Per questo, per l'intensità dell'interpretazione e per lo sguardo registico sufficientemente non televisivo, si tratta di un film soddisfacente.
Alessio Vacchi

Io c'ero. Festival ed eventi vari. CINEMA. FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA. JCVD


Belgio/Lussemburgo/Francia 2008. Di Mabrouk El Mechri. Su dvd da dicembre (estero).

L'apertura è folgorante: la sigla Gaumont è vittima di un ironico sacrilegio, dopodichè piano sequenza che segue un Van Damme fare di tutto su un finto set volutamente esagerato: mena, lancia bombe, spara... Film non per tutti questo JCVD, forse più adatto ad un pubblico giovane e/o che segue il cinema, facilmente bollabile come “cazzata”. E' più cose insieme: film di rapina, di ironia ed autoironia cinefila, riflessione di un attore tra i simboli di un certo cinema sul suo lavoro, sulla sua popolarità e le sue origini. Parte da dei paradossi: un action-man come Van Damme, in crisi nella vita, coinvolto in una rapina che da un lato è creduto essere tra i rapinatori, dall'altro in realtà non lo è ma... se è realtà, non può certo sgominare da solo i malviventi. L'attore recitando sé stesso si mette in gioco, consapevole di avere già, come dice, 47 anni. L'ironia coinvolge, oltre che lui, il mondo dell'action americano, con divertenti battute su Steven Seagal e su John Woo.
Il film sembra giocare con le attese dello spettatore: il più cattivo dei rapinatori, conciato come John Cazale in Quel pomeriggio di un giorno da cani, stuzzica e maltratta il nostro Jean-Claude, prima o poi accadrà qualcosa? Ma l'azione più eclatante che lui compie sul piano della “realtà” è uno dei suoi calci... che poi si rivela immaginario. L'umorismo qualche volta è un po' cazzone (scontatissima la scena della lezione di calcio in faccia) e le didascalie poste all'inizio dei capitoli inutilmente concettose, ma il film osa un picco di metacinema quando l'attore si isola fisicamente dal set della narrazione e si rivolge al pubblico, parlando di sé e mostrando di commuoversi: “questa è vita vera!”. La confezione è elaboratamente “moderna”: una mdp nervosa, ariosa, obliqua, una fotografia che sa di color-correction, con solarizzazioni. In definitiva un divertito paciocco, tra intrattenimento e riflessione sullo stesso, che potrebbe essere consigliato a chi negli anni 90 seguiva i film dell'attore su Italia 1.
Alessio Vacchi

Io c'ero. Festival ed eventi vari. CINEMA. FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA. EL ÚLTIMO TRUCO


Spagna 2008. Di Sigfrid Monleón.

“I making of dei dvd e documentari come questo non dovrebbero essere fatti”, scherza (ma neanche tanto) Ruiz del Rio all'inizio. Perchè rompono qualcosa, svelando la magia del cinema con i suoi trucchi. Il documentario omaggia, rende conto del lavoro di questo artigiano spagnolo del cinema, prolificissimo (è incredibile scorrere la sua filmografia) creatore di fondali, modellini, trucchi ottici. Non c'è la voce fuori campo di un autore: le parole sono lasciate a lui stesso e ad alcune persone che ci hanno collaborato. In questo modo El ultimo truco mostra e svela una sfilza di effetti elaborati da Ruiz del Rio per il cinema. Non sempre di serie B: il film rende conto anche del lavoro per De Laurentiis con Conan il barbaro, Dune, Yado. C'è pane pure per i cinefili seguaci del nostro cinema di genere: Ruiz del Rio a tavola con Enzo G. Castellari. I due scherzano, si mostrano fotografie e rammentano il lavoro fatto per film come Cipolla colt e Quel maledetto treno blindato. L'andamento può generare qualche stanchezza, nella messa in fila dei vari trucchi. Ma il bello (o il brutto, a sentir Ruiz del Rio) è che si rimane ogni volta come allocchi, rendendosi conto coi propri occhi delle magie del cinema: ci si sente presi in giro e nello stesso tempo ammirati e divertiti a notare la resa ai nostri occhi di spettatori di cose che fisicamente, sui set, non c'erano o c'erano in un modo diverso da come li si fruisce durante la visione dei film. Il paradosso della scena dell'autobomba, creata con modellini, per Ogro di Pontecorvo, poi utilizzata in altri lavori come fosse vera, dice qualcosa a riguardo. E non manca verso la fine, come immaginabile, qualche discorso sull'effettistica artigianale contrapposta a quella digitale. Nel corso di El ultimo truco, si impara a stimare ed in qualche modo familiarizzare con questo abilissimo signore; al punto che, quando il cartello finale ne rammenta la recente scomparsa (proprio mentre il documentario era in fase di montaggio), è difficile non emozionarsi.
Alessio Vacchi

Foto da tertre-rouge.iespana.es.