domenica 12 dicembre 2010

Memorabilia. LA TRISTEZZA E LA BELLEZZA


In effetti, in questo film del 1985 tratto da un romanzo di un giapponese, c'è un intrigo seduttivo che coinvolge quattro persone, però fa un po' sorridere la frase di questo flano, che sembra così perentoria riguardo i presunti costumi sessuali moderni: è così, aggiornatevi.
A.V.

domenica 5 dicembre 2010

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 28 TORINO FILM FESTIVAL, 26/11-4/12/2010. KABOOM


Usa/Francia 2010. In sala dal 25.3.2011.

L'ultimo film di Gregg Araki è uno di quelli importati da Cannes a Torino. Kaboom, a giudicare dalle opinioni in rete e raccolte al festival, ai più è piaciuto, ma a chi scrive è parso veramente una inutile sciocchezza.
Smith è uno studente bisessuale che vive al campus universitario. Desidera il suo compagno di stanza, surfista fustacchione e si interroga sulla di lui sessualità, apparentemente molto etero. Ha una migliore amica, Stella, lesbica, cinica e pungente. Smith intraprende una relazione di sesso con la bionda London, Stella con Lorelei, una sorta di ninfomane che non ama affatto essere mollata. Smith però è preoccupato: una delle ragazze che ha visto in un suo criptico sogno pare essere morta, sembra che lui sia il prescelto ma non capisce per cosa e si sente braccato da gente vestita con maschere animali. Forse c'è una setta dietro.
Araki è "cool" in un modo personale e non gli si nega certo tanto stile, esibito. Parte subito in quarta, con ritmo, colori, humour. In un film all'insegna della confusione e libertà sessuali, dove si ciula e si parla di sesso a random, si bea del bel faccino di Thomas Dekker, tra le immagini di gaytudine spudorata -muscolari nudi maschili da fantasie omosessuali-, ma c'è anche qualche pezzo di nudo femminile. Commedia sboccata, godereccia e sopra le righe su cui è innestato del thriller complottistico, la cui ispirazione, nelle parole di Araki, è addirittura il David Lynch di Twin Peaks. Nell'ultima parte, il film sembra quasi prendersi sul serio a riguardo, per poi rovesciare sullo spettatore un'enormità di colpi di scena ed aprirsi definitivamente ad una "libertà" che sembra voler dire permettersi qualunque cosa passi in mente, qualunque ideuzza.
Cosa vuole dirci il film? Probabilmente nulla. E' un divertissment consapevolmente esagerato; anche la faccenda del "19" sulla porta nel sogno di Smith può corrispondere ai timori se non prorio dell'ingresso nella maggiore età, comunque del crescere e diventare adulti, ma anche fosse, gli sviluppi non dicono nulla a riguardo. Nel mucchio di chiacchiere, qualche battuta va a segno e non si nega al film un'audacia anche verbale, ma al contempo la volgarità di certe uscite (alcune battute di Stella) è sgradevolmente forzata e il tutto è paragonabile a un amico senza freni che ti tira per il braccio dentro una festa chiedendoti di divertirti. Se si è iperattivi sessuali, se si ama vedere i film dopo le canne, o se si è omosessuali in vena di divertimento eccentrico forse si apprezzerà Kaboom, ma altrimenti è un po' respingente. E alla fine si pensa una cosa da uomo della strada: non era il caso di spendere quattrini per produrlo.
Alessio Vacchi

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 28 TORINO FILM FESTIVAL. 127 HOURS


Usa/UK 2010. In sala dall'11.2.2011.

Con i telefonini imbustati come Fox vuole per le sue anteprime, è passato al festival il nuovo film di Danny Boyle, su un soggetto-bomba, da brividi e ispirato a una storia vera. Quella di Aron Ralston, l'arrampicatore rimasto vari giorni intrappolato in un profondo canyon a causa di un masso caduto tra il suo braccio e la parete rocciosa.
L'inizio del film è all'insegna di uno sfrenato vitalismo che riflette quello del personaggio, come se Boyle e il suo co-sceneggiatore Simon Beaufoy ce la mettessero tutta per farci familiarizzare in fretta con questo simpatico estroverso. In apertura c'è persino qualcosa di apparentemente demodè, lo split screen, su immagini di folle che fanno sport, che si muovono, pregano: il movimento e la presenza umana, tra le cose che poi verranno meno. Infatti, improvvisa, giunge la costrizione a star fermo per Aron, che raduna gli oggetti che ha nel suo zaino, centellina la sua acqua, si filma con la videocamera covinto di registrare l'ultimo saluto, fa modesti tentativi con un coltellino.
Boyle affronta la sua materia in un modo, in un certo senso, radicale e di petto, ma non imprevedibile per uno che aveva diretto Trainspotting: a fronte di un soggetto quantomai claustrofobico, mette in campo tutte le sue possibilità per animare un film che in teoria vedrebbe un solo attore recitare in un solo luogo per la maggior parte del tempo. Flashback, visioni, soggettive vere o simulate, lunghe, spericolate (ad esempio, quella che parte da lui per arrivare all'irraggiungibile vettura del protagonista, nel cui cofano sta qualcosa da bere). L'inquadratura più singolare è forse quella dentro il braccio di Aron. Si insiste sul liquido, con inquadrature da dentro la borraccia, prima piena d'acqua, poi di urina. Tra le idee che funzionano meglio, ci sono quelle che esprimono un'amara ironia: un estemporaneo montaggio di spot di bibite e il far sentire Lovely Day di Bill Withers, tra le canzoni pop che il film propone soprattutto nella prima parte.
Uno dei temi che più emergono è quello della solitudine: il protagonista si pente amaramente dell'abitudine di non dire a nessuno dove va e si trova ad avere una compagna fittizia, mentale di persone care: il ricordo di una ex, la propria famiglia riunita. Nonostante gli ovvi momenti di scoramento, il film pare anche un elogio alla forza di volontà e allo spirito di resistenza, dato che Aron non perde il suo senso dell'umorismo e infine decide il gesto estremo, in una scena molto sensoriale e impressionante, di amputarsi il braccio. James Franco è discreto, senza esaltare. Il film è convincente, anche se, pur mantenendo molto abilmente l'attenzione spettatoriale, non trasmette tutta la tensione o l'emozione di una vicenda così estrema e se ne esce pressochè indenni. Toccante, alla fine, vedere il vero Ralston.
A.V.

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 28 TORINO FILM FESTIVAL. CODICE D'AMORE ORIENTALE

Italia 1974.

Il festival quest'anno ha omaggiato due freschi defunti, due cineasti molto diversi: Chabrol e Piero Vivarelli. Per il quale è stato proiettato questo film, fortemente voluto da Amelio che lo ritiene il suo migliore, nelle parole di Emanuela Martini.
In realtà l'unico motivo per vedere questo film, quel che fa restare sulla sedia, è la sua difficile reperibilità. La trama di base è presto detta: due promessi sposi dalle rispettive famiglie, che non si amano ancora, fuggono insieme per evitare il volere genitoriale ed entrano nella comune di un saggio barbuto che si porta appresso una serie di coppiette a cui insegna pillole di saggezza sull'importanza del libero amore e racconta amene storielle, dalle quali non si capisce bene che insegnamento dovrebbero trarre. Ecco: da un certo punto in poi il soggetto iniziale è nullo (nessuno viene a cercare i due) e sulla stasi si innestano questi racconti visualizzati. Alcuni per mezzo di animazione bidimensionale, con personaggi che si muovono come marionette, hard. Altri "live-action", tra cui una incredibile situazione da barzelletta, con un tizio che si vede applicare dall'amante un'improbabile pasta per l'amore ed è costretto a gettarsi in acqua al grido di "Mi brucia!!". Sciocchissimo quello della cortigiana alle prese con arrapati di cui riesce sempre ad ottenere favori materiali, con i personaggi che si rivestono dal bagno colmi di schiuma. Il più trucido è quello del principe che rinuncia ai suoi privilegi per l'amore di una serva, con lui che viene marchiato a fuoco e lei che rischia di finire con la vagina bruciata; ma pure negli episodi animati abbiamo due amanti che si accoppiano tra le due metà del rivale di lui ucciso e un infante a cui viene impiantata una testa di elefante.
Siamo quindi tra due sottogeneri del cinema italiano dell'epoca: l'erotico-esotico, per ambientazioni e razza dei personaggi, e il decamerotico per il gusto aneddotico. I personaggi, asiatici, sono superdoppiati, con un effetto grottesco, finto, che indispone. Il tono generale, tra gli insegnamenti del saggio e le linee di dialogo stile antico, è serioso come un cavallo, però ci sono delle uscite di cui non ci si capacita e che fanno esplodere la sala. Vivarelli non doveva essere uno stupido, quindi l'umorismo talora è volontario (v. sopra), talora c'è il beneficio del dubbio o il dubbio dell'ingenuità (come nell'inaspettata, breve lezione di kamasutra ad illustrare quanto bene si volevano il principe e la serva), ma più che divertiti si resta basiti. La noia è grande, l'erotismo inefficace a parte qualche nudo e non si vede l'ora di archiviare il film fra le proprie visioni. Vivarelli non ha il senso della misura, come dimostrano le banalmente micidiali scene d'amore, coi corpi che si strusciano al ralenti -ma vanno citati anche i bacetti e sospiri tra le coppie di scappati di casa appresso al saggio, che dovrebbero suggerire il loro amore-, o l'interminabile finale mistico, tra apparizioni divine a sorpresa e attori che si tolgono i loro veli. A riguardo viene in mente anche la sequenza tra le piume di Provocazione. Comunque, è come sparare sulla croce rossa e a sentire l'introduzione di Alberto Crespi e Stefano Della Casa -oltre che a leggere l'intervista a Vivarelli su un recente Nocturno-, è automatico pensare ad un personaggio migliore dei film che ha girato. Bene le lagne musicali di Baldan Bembo e le animazioni di plastilina dei titoli di testa, che insieme creano forse la cosa migliore del film.
A.V.

domenica 14 novembre 2010

The freak show. THE HOUSE OF THE DEVIL


Usa 2009. Di Ti West. Su dvd Dark Sky (regione 1).

The House of the Devil è un film che fa paura. Un film atipico e fuori moda, che va controcorrente rispetto al moderno trend del new horror, fatto di torture e splatter.
La pellicola è ambientata alla fine degli anni Settanta, in una piccola cittadina universitaria, dove vive la giovane studentessa Samantha. In difficoltà con l’affitto, decide di accettare una proposta di lavoro apparentemente semplice e senza rischi: fare la baby sitter per una sera. Giunta nella casa in cui prestare servizio, scoprirà che la realtà è ben diversa; in quella antica e imponente dimora si cela il male più folle e crudele e la timida ragazza dovrà fare ricorso a tutta la sua grinta per aver salva la vita. La trama non è il punto di maggiore forza del film, con un intreccio essenziale e lineare. I dialoghi sono pochi ed ermetici e per tre quarti della pellicola non succede nulla di sconvolgente. Solo piccoli dettagli, segnali che presagiscono il pericolo imminente. The House of the devil è infatti un’opera di atmosfera, incentrata interamente sulle dinamiche della messa in scena, con il solo fine di creare una tensione concreta e realistica. West utilizza con grande maestria la cinepresa, presentandoci gli eventi in maniera "oggettiva" e quasi documentaristica; incede in modo cauto, lento, con un ritmo trattenuto e mai frenetico, che però non annoia. Ogni scelta stilistica riesce ad avvicinarci empaticamente alla giovane protagonista e fa partecipare attivamente al suo turbinio di emozioni e di paure. Inoltre West (impegnato anche come sceneggiatore e montatore) è abilissimo a ricreare l’atmosfera tipicamente seventies, grazie a un accorto uso della scenografia e della fotografia, senza però cadere nella trappola dello sterile revival (cosa peraltro dimostrata dai tanti remake dei capolavori horror anni ’70). L’aspetto quasi hitchcockiano della prima parte del film viene poi sovvertito negli ultimi venti minuti, in cui la violenza deflagra in modo improvviso e brutale. I placidi vecchietti che la ragazza dovrebbe accudire si rivelano degli spietati satanisti, pronti a officiare una messa nera in piena regola, in cui non mancano pentacoli, animali sacrificati e coltelli affilati pronti a lacerare la carne virginale di Samantha. West mette il piede sull’acceleratore e aumenta in modo vertiginoso il ritmo di regia, con un montaggio più frammentato e frenetico. Il delirio della ragazza e la dilagante follia degli adoratori del demonio ci catturano e ci trasportano in un incubo apparentemente senza fine. L’ultimo frammento della pellicola è un pezzo di cinema di gran classe, che fa raggelare il sangue per il realismo della lucida follia di cui può essere capace qualsiasi essere umano. Anche degli anziani apparentemente innocui.
Il cast è funzionale e ben assortito. La protagonista Jocelin Donahue, pressoché sconosciuta e quasi all’esordio, è perfetta e rende in modo esemplare le insicurezze della giovane e sola studentessa, dando prova di una elevata capacità interpretativa. I veterani del cinema bis Tom Noonan (Manhunter, Last Action Hero, Scuola di mostri) e Mary Woronov (Death Race 2000, Cannonball, The Devil’s Rejects) sono crudeli ed enigmatici al punto giusto grazie ai loro volti segnati e spiritati e fa sempre piacere rivedere Dee Wallace, vera icona dell’horror indipendente (Le colline hanno gli occhi, L’ululato, Cujo). The House of the Devil è quindi un’opera degna di un’attenta visione, ben realizzata e di forte impatto emotivo, che riesce a catturare anche gli spettatori più smaliziati senza far ricorso a futili effetti speciali, dimostrando che un’accurata e intelligente messa in scena può ancora essere la giusta strada per una nuova gloriosa stagione del cinema del terrore.
Edoardo Favaron

domenica 7 novembre 2010

Io c'ero. Festival ed eventi vari. ToHorror Film Fest 2010, Torino, 20-23/10. OCCHI


Italia 2010. Di Lorenzo Bianchini.

Ritorno di Bianchini all’horror, dopo Radice quadrata di tre e Custodes bestiae. L’elemento perturbante di questa sua nuova fatica cinematografica è rappresentato dal tempo: qualcosa che è legato a tragici eventi del passato è pronto a fare irruzione nel presente per portare con sé orrore e morte, in una cornice che mescola arte figurativa ed esoterismo. Il plot guarda principalmente ai gotici nostrani di una volta: al centro di tutto un pittore convocato presso una sinistra dimora per il restauro di alcuni affreschi, fra funesti presagi e visioni notturne da incubo. Non mancano ovviamente gli affettuosi omaggi al genere e una certa ironia (la figura del custode della villa, testimone di strani fenomeni che non viene creduto poiché la sua mente è minata dalla follia); e fra i modelli ispiratori della sceneggiatura possiamo senz’altro annoverare M. R. James per la capacità sottile di evocare presenze spettrali e impalpabili e H. P. Lovecraft per le atmosfere putride e malsane. Fantasmi, allucinazioni, rumori notturni; e il protagonista che scivola sempre di più nella pazzia, mentre le barriere del tempo vengono infrante. Una terribile malattia che mina il corpo e la psiche avrà ragione di lui, com’era già avvenuto per i precedenti ospiti della villa; e naturalmente non può non tornare in mente quel classico letterario che è La maschera della morte rossa di E. A. Poe. Anche stavolta la pestilenza ha origini probabilmente naturali ma diventa strumento di un’imperscrutabile volontà superiore, sorta di flagello biblico destinato ad affrettare l’avvento dell’Apocalisse. Malattia del fisico e dell’anima, marciume interiore da cui nessuno è immune che affiora esternamente sotto forma di infezione; estinzione della materia e della speranza. Abilissimo nel costruire plot efficaci coi pochi mezzi a sua disposizione, Bianchini confeziona una ghost story inquietante e lontana dagli effettacci, il cui punto debole risiede forse in uno svolgimento un po’ statico anche se, dati gli intenti, contribuisce comunque a creare l’atmosfera giusta.
Corrado Artale

Focus on. Steven Seagal: PROGRAMMATO PER UCCIDERE


Tit. or.: Marked for Death. Usa 1990. Su dvd e blu-ray Fox.

C’era un tempo in cui il nostro Steven realizzava pellicole tostissime e pregevoli come Programmato per uccidere, in cui è in grandissima forma, duro e implacabile, una macchina di morte mossa soltanto dall’istinto della vendetta. Il film è un’originale miscela di poliziesco e thriller, con un’ambientazione innovativa e perfettamente funzionale (il mondo della mafia giamaicana), in cui si inseriscono alcuni elementi horror e soprannaturali (il voodoo e la santeria). Seagal è John Hatcher, detective della narcotici con un passato nelle forze speciali, che si trova a fronteggiare il dilagante traffico di stupefacenti gestito dalla rampante malavita africana. Quando gli spacciatori sparano alla sua nipotina, decide di intraprendere una personale e brutale crociata finalizzata alla distruzione del cartello giamaicano, guidato dal sanguinario Screwface. Lo aiutano Max, amico ed ex marine e una antropologa esperta di magia nera. La pellicola è suddivisa in due tronconi: la prima parte si svolge tra le strade di una metropoli statunitense e ha toni tipicamente hard boiled, densa di sparatorie e con una propensione per l’aspetto investigativo. La seconda parte è ambientata nella terra di Bob Marley, con l’eroe intento a estirpare il male alla radice. Anche questo segmento è un turbinio di sparatorie e combattimenti, potenziati da un’atmosfera esotica e al contempo opprimente.
Programmato per uccidere è ricco di momenti esaltanti: l’intrusione dei cattivoni in casa della sorella del poliziotto, l’irruzione nel covo dei trafficanti, lo scontro all’arma bianca con Screwface, i combattimenti con gli spacciatori che finiscono immancabilmente con ossa sonoramente spezzate e la fuga dalla villa di proprietà dei narcos, vero tripudio di proiettili e di corpi dilaniati. Ma il momento migliore è il prologo, ambientato in un bordello messicano che odora di corpi e sudore. Seagal si appresta a effettuare uno scambio di droga sotto copertura, ma viene scoperto. Le parole lasciano il posto ai fucili a pompa e non c’è pietà per nessuno, rimane solo istinto di sopravvivenza. I fatiscenti corridoi del lupanare diventano un letale tunnel dell’orrore, da cui è possibile uscire solo grazie ai proiettili. Un incipit perfetto che anticipa le qualità altamente adrenaliniche del film. La regia di Dwight H. Little è sorprendentemente accurata, in grado di esaltare i momenti action e di costruire una forte tensione nelle scene thriller. Il background horror dell’autore (aveva diretto Halloween 4 e Il fantasma dell’opera con Robert Englund) viene fuori nei toni dark e semihorror dati dal mondo della magia nera e si esplicita nella scena in cui sono contrapposti a distanza una santera e il malefico Screwface.
Da notare anche l’accorto utilizzo del montaggio, che raggiunge picchi degni di Michael Mann, come nella sequenza in cui i nostri eroi costruiscono e preparano le armi da usare nell’attacco alla fortezza nemica, costruita a ritmo della partitura rock composta da James Newton Howard. Un gran bel pezzo di cinema, che esalterà ogni amante dell'action. Seagal è spietato, credibilissimo sia quando impugna la sua Smith & Wesson che quando si esibisce in brutali mosse di aikido e, come suo solito, non smarrisce mai l’innata eleganza nei movimenti marziali. L’attore ancora una volta incarna un eroe "buono", puro nel cuore e portatore dei classici valori morali americani. Il detective John Hatcher è infatti l’incarnazione dei principi conservatori-patriottici tipici dell’era Bush (senior, ovviamente). Gli fa da spalla Keith David, grande caratterista con al suo attivo una sterminata filmografia nel campo del cinema di genere. Completano il cast Joanna Pacula, Tom Wright e Basil Wallace, il cui sguardo raggelante rende al meglio l’enigmaticità e la crudeltà di Screwface. Programmato per uccidere è un’opera di pregio, che gioca intelligentemente con vari generi, regalando un’ora e mezza di ottimo cinema. Da notare che in apertura fa una comparsata Danny Trejo, ex galeotto e volto tra i più veri e vissuti del cinema americano; lui e Seagal si ritroveranno vent’anni più tardi sul set di Machete di Robert Rodriguez, ma la star sarà Trejo e Seagal solo un comprimario di lusso. Impietose ironie del cinema.
Edoardo Favaron

Il trailer

Memorabilia. TEMPO DI GUERRA TEMPO D'AMORE


Flano del 1965 per questa commedia bellico-romatica. Cinque punti a favore e cinque contro la visione del film, per far capire cosa il pubblico debba aspettarsi da un film "sovversivo" e inadatto a spettatori tutti d'un pezzo.
A.V.

domenica 31 ottobre 2010

Incompresi. IL CIELO E' SEMPRE PIU' BLU


Italia 1996.

Cominciando con un'ovvietà, il titolo di questo film rievoca in modo diretto la famosa canzone di Rino Gaetano, a cui Grimaldi (ma sceneggiano altri due) si ricollega idealmente, come se il brano fosse lo spunto per trasporre qualcosa di simile su grande schermo. Nel senso che, come nella canzone di Gaetano l'artista elenca una serie di figure e di opzioni di vita, questo film dipinge un affresco sotto il cielo di Roma popolato da una miriade di personaggi. Il che significa un cast molto popoloso, con attori che stanno in scena poco, talora pochissimo. Viene in mente Il giorno più corto, film Titanus del 1963 che assemblava una caterva di nomi noti in apparizioni "speciali" (ma lì c'erano anche star straniere). La canzone di Rino Gaetano, tuttavia, si sente soltanto sui titoli di coda, mentre su quelli di testa c'è Una notte in Italia di Ivano Fossati, mentre un camera car notturno gira per Roma e in un ristorante si svolge una rapina.
Non è esattamente un film a episodi, piuttosto composto da situazioni, o microstorie, i cui fili vengono ripresi quando magari non ce lo si aspetta più, che possono risolversi in un paio di sequenze e che non hanno una conclusione quadrata. Spesso tranches de vie, anche se interpretate da attori consumati, altre volte eventi più straordinari. Qualche volta si sorride, per esempio con Bisio e Rocco Tanica, rispettivamente piazzista di musica e negoziante, che si distinguono con la loro personalità comica. Un Barbareschi ricettatore volutamente antipaticissimo è protagonista di un segmento per così dire "noir", ma il suo è uno di quei personaggi che si perdono nel nulla, abbandonato dal tassista Sergio Rubini. Margherita Buy è una vigilessa inflessibile, quasi sadica nell'appioppare multe. Qua e là, la presenza della morte: un ragazzino che uccide la mamma col martello, Alessandro Haber, stile "lucida follia", che fredda quelli che sembrano essere i suoi datori di lavoro. Sensuale Asia Argento, 17enne che ne ha già visti un sacco a colloquio con il cugino intimidito Roberto Citran. Enrico Lo Verso, postino che ama scrivere, gioca la carta della tenerezza. Monica Bellucci e Alessandro Baricco hanno una sola scena, in cui, come rileva il Mereghetti, lui le tira malamente una pizza. Carlo Croccolo, con occhialoni e capelli rossi ben pettinati, sembra Leone di Lernia. Ivano Marescotti si aggira, muto, inquietante, aprendo e chiudendo il film. Per citare qualche altro nome: Gigio Alberti, Antonio Catania, Iaia Forte, Lorenza Indovina, Lucrezia Lante della Rovere, Silvio Orlando (meccanico), Piero Natoli (muratore), Monica Scattini (barista), Giulio Scarpati, Francesca Neri. Compaiono anche i registi Giuseppe Piccioni, Daniele Luchetti e Salvatores. Andando a rileggere il cast su Imdb, chi scrive ha esclamato "ah sì" a certi nomi, "chi è?" ad altri e "ma dov'era?" ad altri ancora.
Se già ascoltando la pur bella canzone di Gaetano si può esclamare "sì, ma quindi?", cavare un senso dal film di Antonello Grimaldi che non sia il "succede questo ed anche quest'altro" e il divertimento di vedere chi comparirà sullo schermo, è dura, anche se gli va dato atto di non essere un grande quadro accomodante. La visione è liscia, ma lascia poco e sembra superfluo notare che con tutti questi bocconi di personaggi non si crea un'empatia, o un interesse vero per quel che viene raccontato, e per chi non è interessato al cinema italiano solitamente trattato in questa rubrica e/o è abituato a pietanze di cinema più forti può essere un film letale. C'è anche, per una manciata di secondi, Dario Argento, che seduto su una panchina dice ad un altro che in passato aveva timore all'idea che gli apparisse la Madonna. Incasso sui 690 milioni.
Alessio Vacchi

A domanda rispondo. BO SVENSON



Nel 1975 hai interpretato un ruolo di primo piano ne Il temerario di Gorge Roy HIll, film con due celebrità: Robert Redford e Susan Sarandon...
Sì, ero all’inizio della mia carriera e lavorare con attori di quel livello è stato importante per me…

Con I giorni roventi del poliziotto Buford, Punto di rottura e Rapina... mittente sconosciuto diventi definitivamente un protagonista del cinema action. Che ricordo hai di questi film? Mi sono divertito a girarli, ma rivedendoli ora, a distanza di anni, non li considero tra i miei favoriti.

Il tuo primo film italiano è stato Il figlio dello sceicco di Bruno Corbucci. Come sei stato contattato per la prima volta dai produttori italiani? Il mio arrivo in Italia è stato possibile grazie a Helen e Robbie Little, due amici che lavoravano spesso in coproduzioni con l’Italia. Mi hanno segnalato alla produzione e sono stato preso.

Che differenze c’erano tra l’Italia e gli Stati Uniti? Lavorare in Italia è molto più divertente. I rapporti con la troupe erano molto buoni e il lavoro diventava spesso divertimento.

Parlaci di Tomas Milian, protagonista del film… Tomas era una persona piacevolissima. Mi avevano parlato di lui come un uomo molto scontroso ma conoscendolo ho scoperto una brava persona. Inoltre Tomas è un ottimo attore, anche in questi ruoli più leggeri...

Che ricordi hai di Bruno Corrucci? Bruno era un brav’uomo, sempre sorridente e cordiale. Inoltre era anche un bravo regista, dotato di talento e di grande ironia.

In Ritratto di un killer hai lavorato con Jack Palance… Con Jack ho sempre avuto un buon rapporto. Mi sono trovato molto bene a lavorare con lui in questo thriller.

Quel maledetto treno blindato è uno dei tuoi film più celebri. Che ricordi hai di questo film? All’epoca non avrei mai creduto che sarebbe diventato un simile cult. Se avessi saputo che il film avrebbe avuto così tanto successo avrei preparato con più serietà il mio personaggio e avrei bevuto meno vino durante le riprese…

Parlaci di Enzo G. Castellari. Che rapporto hai avuto con questo maestro del cinema di genere? Enzo è una persona fantastica, siamo rimasti molto amici. Ed è anche un grande regista, uno dei migliori con cui io abbia mai lavorato, dotato di un grande talento per le scene d’azione.

Aveva un notevole senso del ritmo… Sì, Enzo ha fatto un ottimo lavoro. Ricordo che costruiva con grande cura tutte le scene d’azione, anche le più complesse. Lo considero un vero specialista del cinema d’azione.

E cosa ci racconti di Fred Williamson, tuo partner nel film? Non abbiamo legato molto. Devo dire che il nostro rapporto non è mai stato buono.

Che ricordi hai di Donald Pleasance, con cui hai lavorato in Le 7 città d’oro e Double Target? Era una persona molto educata e riservata. Ricordo che preparava i suoi ruoli in modo molto scrupoloso, definendo anche i minimi dettagli. Donald era un vero professionista, ma lo ricordo anche come un uomo turbato, molto spesso triste e insicuro di sé e della sua vita.

Parlaci della tua esperienza in Thunder e Thunder 2 e del regista e produttore Fabrizio De Angelis… Fabrizio era soprattutto un imprenditore molto intelligente, oltre ad essere una persona molto interessante. Come regista riusciva a dare un buon livello ai suoi film e come produttore si dimostrava sempre molto abile, con un’ottima conoscenza del mercato internazionale.

Che tipo era Mark Gregory, il protagonista del film? Mark Gregory era un bravo ragazzo, molto timido.

Hai anche preso parte a La sporca insegna del coraggio, war movie di Tonino Valerii… Che esperienza paradossale! Sembrava di essere al circo! Sul set regnava una totale confusione e le riprese venivano interrotte per giorni interi. È stata una lavorazione lunga e difficile. Mi sentivo profondamente a disagio per il povero Tonino, che doveva fronteggiare tantissime difficoltà e terribili circostanze.

Raccontaci qualcosa di Tides of War, film di guerra di Nello Rossati… Nello era un buon regista, dotato e umile, ma anche questo film era un circo. I produttori erano molto invadenti e volevano sempre comandare prevaricando il regista. Troppi capi e troppe opinioni differenti hanno rovinato l’atmosfera sul set.

Che cosa ti ricordi di Double Action e del regista Bruno Mattei? Bruno ha fatto un buon lavoro. Aveva un budget molto ridotto, pochi soldi a disposizione e abbiamo dovuto girare in condizioni difficili. Considerando i pochi mezzi, Mattei ha realizzato un buon film, divertente e con molto ritmo.

In che posti hai girato tutti questi film di guerra ambientati durante la guerra del Vietnam? Erano film girati in luoghi esotici simili al Vietnam. In particolare il film di Mattei è stato girato nelle Filippine e gli altri film nella Repubblica Dominicana.

Con Maniac Killer affronti un genere nuovo nella tua carriera, l’horror. Questo film tra l’altro era una curiosa produzione targata Eurociné, società francese specializzata in film a basso budget per il mercato dell’homevideo… Sì esatto. Ricordo che era una produzione un po’ improvvisata. C’era un'atmosfera troppo rilassata e anche l’impegno generale era scarso…

Quentin Tarantino è un grande fan dei tuoi film, in particolare quelli di produzione italiana. Infatti ti ha riservato un ruolo in Kill Bill e in Bastardi senza gloria. Come valuti questa riscoperta dei tuoi film? Io sono molto grato a Quentin. Lui è uno dei più grandi talenti del cinema contemporaneo e uno dei più grandi registi viventi. Ma è soprattutto una favolosa persona, un ragazzo pieno di entusiasmo e di intelligenza. Inoltre è anche un grande conoscitore di cinema e il fatto che apprezzi cosi tanto il mio lavoro è un motivo di grande onore. Così come vedere quanti fans in tutto il mondo considerino queste pellicole dei veri capolavori di culto.

Un'ultima domanda. Nel 2009 hai recitato in Icarus, l’ultimo film di e con Dolph Lundgren. Come ti sei trovato a lavorare con lui? Molto bene. Dolph è un professionista molto preparato: come attore ha grande carisma e come regista ha un grande talento.

Intervista realizzata da Edoardo Favaron, ottobre 2010. Immagine: cover del dvd regione 1 della serie tv Walking Tall aka Uno sceriffo contro tutti.

Memorabilia. LA CITTA' DEI MOSTRI e IL MARCHIO DI DRACULA

Come pegno a questa giornata di Halloween, aggiornamento con flani horror di qualche decennio fa. Uno dei classici dei 60s diretti da Corman-ispirati a Poe-con Vincent Price, definito senza falsa modestia "il più perfetto film dell'orrore", e il quinto film vampiresco della Hammer, con l'altro signore del genere Cristopher Lee nella parte del vampiro con molta sete.
A.V.

domenica 24 ottobre 2010

Incompresi. Comici allo sbaraglio. BLEK GIEK


Su dvd Eagle (fuori catalogo).
Warning: il seguente pezzo contiene anticipazioni sulla trama e sul finale che possono compromettere la visione a chi non conosce il film ed intende vederlo.

Scellone (Biagio Izzo) è un boss della droga, di cui traffica un tipo particolarissimo: il "blek giek", sostanza nera che ha la capacità di rendere chi la assume morto apparente. Bisognoso di un ricambio di valvole cardiache, si affida al suo dottore di fiducia (Greg), ma l'operazione non verrà effettuata: prima il dottore fa fuori il chirurgo designato perchè è il nuovo amante della sua ex fiamma, poi, nel tentativo di uccidere con un complice l'odiato malavitoso, provoca una piccola strage che lascia vivo, ma assai ferito, il solo Scellone. A Gigino (Lillo), che si risveglia finalmente dalla sua morte apparente, Scellone chiede di andare a cercare aiuto, e questi nel suo peregrinaggio si imbatte in Ragno, ragazzo in crisi d'astinenza, amico del boss e smanioso di provare il blek giek al punto da provocare casini che susciteranno l'ira di Walter, padre di famiglia-spacciatore. Ragno, l'amico Albino e Gigino riusciranno infine a spararsi nel naso la bramata droga.
Ambientato nel napoletano, prodotto da Cattleya, Blek giek è una commedia sopra le righe, un po' surreale e abbastanza pulp, dalla breve durata (circa 75'). E' l'unica apparizione su grande schermo, insieme, di Lillo e Greg, al secolo Pasquale Petrolo e Claudio Gregori, comici, musicisti, teatranti, mattatori della trasmissione di Radio 2 610 (Sei uno zero): anche se i due condividono alcune scene, di fatto non interagiscono mai, grazie allo stato di morte apparente del personaggio di Lillo, che si risveglia quando il personaggio del collega ha lasciato le penne. Nel 2001, anno del film, Biagio Izzo è un emergente: è già stato nel cast dei primi due film di Vincenzo Salemme ed interpreta il suo secondo cinepanettone, Merry Christmas, nelle sale gli stessi giorni di Blek giek, anch'esso proposto poco prima di Natale e che ne esce prevedibilmente con le ossa rotte (302mila euro di incasso*). Qualche passaggio tv notturno difficilmente avrà reso noto questo film anche ai fan di Izzo, che qui mostra da subito, anche stando fermo, il suo stile comico spudoratamente estroverso un po' antipatico, ma che tutto sommato è quasi bravino e il fatto che sia un film corale, anche se costellato di morti, aiuta. La violenza pulp fumettistica è concentrata soprattutto nelle sequenze ambientate nello studio medico, dalla grottesca sparatoria (in cui le armi emettono dei suoni strani) in poi, passando per morti che tornano o sembrano tornare, per concludere con la ridicola fine che per disattenzione fa Scellone.
Il film si lascia vedere divertendo moderatamente. Qualche colpo, a riguardo, lo mette a segno soprattutto Lillo, che stordito dalla droga cammina, comunica e si stupisce di ciò che vede e sente in modo attutito, ad una velocità tutta sua. Anche i siparietti-flash in coda sui risultati del blek giek assunto dai pesci dell'oceano e l'apertura con il tossico Albino che risorge al suo funerale chiedendo ai presenti i soldi per la "roba". Si coglie un'ironia sulla presunta bellezza del drogarsi, a vedere questi personaggi che non vedono l'ora di restare in morte apparente per giorni e ne fanno il motore del loro agire, come fosse uno sballo. Enrico Caria - regista tra l'altro di un altro incompreso ideale, Carogne con Alessandro Haber e più recentemente del documentario Vedi Napoli e poi muori - il film se lo è, oltre che diretto, pure scritto e già che c'era, ha sentito anche il bisogno di esprimersi intepretando una canzone in napoletano, sui titoli di coda. Nel ruolo transitorio della ragazza "contesa" nella prima parte, la bella brasiliana Zuleika dos Santos, già vista ne Il barbiere di Rio con Abatantuono.
Alessio Vacchi

* fonte: http://www.cinemotoreonline.net.

Incompresi. DENTRO LA CITTA'


Italia 2004. Su dvd 01.

Il cinema italiano di genere non è morto. Nonostante lo strapotere autoriale e televisivo, anche nel nostro paese vengono ancora prodotti (molto sporadicamente, purtroppo) dei film meritevoli di attenzione che sanno divertire e al contempo offrire uno spaccato realistico della società. Uno di questi è Dentro la città, riuscito poliziesco ambientato in un commissariato della periferia romana. La pellicola, diretta da Andrea Costantini, mostra uno spaccato impietoso della ingrata vita quotidiana di un gruppo di poliziotti, costretti a confrontarsi con la piccola criminalità, le problematiche legate alla crescente immigrazione, l’indifferenza dei superiori e dei vertici istituzionali e la difficile integrazione nel mondo esterno al commissariato. Questi poliziotti sono infatti asociali, vincolati e limitati a relazionarsi con i loro simili, senza avere spazio per una famiglia e una vita normale. Il carattere quasi episodico del film è dovuto alla scelta degli autori di seguire diverse operazioni: l’arresto di due scippatori, la caccia ai pusher, lo smantellamento di un traffico di auto rubate. L’azione e il coté investigativo sono legati quindi a episodi di microcriminalità, vicini a noi e alla realtà lavorativa delle forze dell’ordine, lontani dalle mastodontiche operazioni interforze tipiche di Hollywood. I personaggi sono caratterizzati da una insolita profondità caratteriale e risultano credibili, con le loro tante insicurezze, con una cronica carenza di sentimenti e di rapporti sinceri, condannati a una solitudine interiore che riflette la desolazione della periferia metropolitana. Il film non sacrifica però l’intento spettacolare e descrive dettagliatamente le procedure investigative, le dinamiche interne a un commissariato (il Tiburtino), i rapporti di potere e i legami con i media. C’è anche spazio per una storia d’amore, con l’unica poliziotta del gruppo (Elisabetta Cavallotti) divisa tra la totale dedizione al lavoro e la tenerezza trovata tra le braccia del collega più giovane (Edoardo Leo).
Dentro la città è girato con uno stile quasi documentaristico, lontano dalla piattezza televisiva tipica delle tante fiction su carabinieri, finanzieri e simili. La steadycam si muove frenetica, attaccata ai corpi e ai volti dei protagonisti, la fotografia di Daniele Massaccesi (figlio di Aristide) illumina con discrezione il paesaggio e gli scorci romani e la colonna sonora concorre ad aumentare il ritmo di un montaggio frenetico e funzionale a rendere credibili agli eventi narrati. Non mancano inseguimenti, appostamenti e scontri a fuoco. Tra questi è notevole la sequenza di irruzione nel covo di una banda di spacciatori: qui Costantini riesce a creare una forte tensione, creando un’atmosfera thriller argentiana carica di suspense, terminando la sequenza con uno scontro a fuoco brutale e ben coreografato. Anche gli interpreti sono credibili e ben calati nei rispettivi ruoli. Giorgio Colangeli è il commissario capo Chessari, poliziotto della vecchia scuola, duro e arrivista, ma stanco di essere vincolato nelle proprie decisioni da superiori troppo lontani dalla realtà della strada. Barba sfatta, viso sciupato dal poco sonno e dalle troppe responsabilità, Colangeli si rivela perfetto in questo ruolo introspettivo. Luca Ward si conferma una delle facce più cinematografiche del panorama italiano, con un viso perfetto per i personaggi che richiedono una preponderante fisicità. Il suo poliziotto è la pecora nera del gruppo, cocainomane e testa calda, sempre in cerca della rissa e di guai. Un epigono moderno del Monnezza (nello stile trucido e coatto) e di Luc Merenda (nel dinamismo con cui affronta le situazioni d’azione). Convincente, Ward è un ottimo contraltare al giovane e pulito Edoardo Leo, qui al suo primo ruolo da protagonista. Anche Rolando Ravello, attore ingiustamente sottostimato (memorabile la sua performance da serial killer in Almost Blue di Infascelli), conferma le sue qualità e riesce a dare spessore e credibilità a un personaggio altrimenti troppo stereotipato. Dentro la città porta una ventata di freschezza nell’arido panorama cinematografico italiano e riesce, nonostante i limiti di budget e la ridottissima distribuzione, a intrattenere rivaleggiando con tanti prodotti medi hollywoodiani. Peccato la ridottissima distribuzione, ma ci auguriamo quindi che possa aprire la strada (insieme a opere di genere come Sbirri, Il solitario...) a un nuovo trend produttivo, mirato a un entertainment intelligente e di qualità. Il cinema di italiano genere non è morto. Forse.
Edoardo Favaron

Memorabilia. 11.12.1980



Da La stampa, la programmazione di un giorno di trent'anni fa nei cinema torinesi. Superfluo notare come la maggior parte dei cinema non esista più, ma il punto è che non esisterà più di lì a pochi anni. Ma qui il numero di sale è ancora tale da giustificare la divisione in zone. E quelle che propongono proseguimenti e seconde visioni sono ancora più numerose delle sale di prima visione. Anche tra queste ultime, sono incluse e non ancora raggruppate a parte le sale che propongono film spinti o proprio hard, qui spesso denominati "commedia erotica": siamo nei primi anni di sdoganamento in sala di questo tipo di cinema e nei titoli ricorre più volte la parola "porno". C'è però anche The World of Joanna del maestro del genere Gerard Damiano. Il cinema italiano propone quasi soltanto commedie, alcune delle quali diventate dei classici dei passaggi tv: c'è Fantozzi contro tutti, fa specie vedere Banfi e Vitali in una sala che oggi è quasi d'essai, ma c'è anche Nichetti. Tra i film tricolori che fanno eccezione, Vacanze per un massacro di Di Leo e Poliziotto solitudine e rabbia. Due sale di seconda visione propongono Urban Cowboy, film con Travolta oggi dimenticato e "a grande richiesta", a dieci anni di distanza, Soldato blu. Si fa notare l'America di via Frejus, poi convertitosi in discoteca dal target maturo, che propone film in edizione orginale "con preascolto su cassetta", iniziativa quantomeno curiosa.
A.V.

domenica 17 ottobre 2010

The book runner. LA PICCOLA CINETECA DEGLI ORRORI


€ 24,50.

Come chi legge questo blog dovrebbe sapere, la storia del cinema è fatta anche da e costellata di operine minori, oscure, non belle magari, ma non per questo non degne di considerazione. Il cinema dei generi e sottogeneri, quello exploitativo, quello che fa dell'eccesso la propria forza, almeno nelle intenzioni. Lo sanno sicuramente anche i lettori di Nocturno, rivista che, da fanzine, si è fatta strada fino alle edicole diventando punto di riferimento per chi segue il cinema di genere e tra le responsabili della sua rivalutazione. Manlio Gomarasca e Davide Pulici, le capocce principali che stanno dietro il mensile, pubblicano per la Bur questo tomo che scheda centinaia di film appartenenti all'universo cinematografico che si diceva e che gli autori definiscono "cinema bis". Non è un dizionario, perchè sarebbe operazione impossibile, piuttosto un'antologia. Ci si tornerà a breve, ora un po' di pars costruens.
In un libro di cinema deve avere la sua parte anche quel che si vede, oltre che quel che si legge, sostengono gli autori. E l'apparato iconografico è uno degli aspetti migliori dell'operazione. Oltre alle foto (spesso con nudità femminili), ci si riferisce alle riproduzioni di manifesti da varie parti del mondo (che Nocturno da qualche mese propone in schede staccabili), le quali proseguono fin durante l'indice. A sorpresa giungono graditissime, ad un certo punto del libro, quattro pagine riempite di piccoli flani, deliziosi reperti cartacei del tempo che fu, con le loro ingenuità, frasi roboanti e talora persino errate.
Non si chiede la completezza ad un libro che non vuole averla ed è noioso stare a cavillare su cosa c'è e non c'è. Ma in questo ensemble di titoli eterogenei, accomunati dalla loro appartenenza al "bis", la scelta dei titoli qua e là lascia perplessi. Sfugge, ad esempio, il motivo dell'inserimento di alcuni film americani (Basic Instinct 2, qualche horror recente), di fronte ai quali si pensa che forse ci sarebbe stato altro di più idoneo. Sembra che gli autori abbiano cercato di ficcarci dentro il più possibile, in modo non sempre centratissimo; va detto comunque che il "caos" è consapevole e dichiarato. I lettori abituali di Nocturno trovano nel libro tante cose che già sanno, ad esempio nei piccoli box riguardo curiosità o spiegazioni di termini e nelle pagine dedicate a decamerotico, slasher, "torture porn", o che hanno già letto nei dossier della rivista, come quello sulla Troma o la fantascienza erotica, per citarne due. Per loro, per chi già suole leggere di cinema "bis" e ne ha almeno un'infarinatura, non è un libro irrinunciabile, soprattutto per il suo riutilizzo di materiali: il fatto che provengano da altrove si intuisce durante la lettura, il confluire nel libro di pezzi eterogenei. In un certo senso è un'antologia sì, ma di anni di Nocturno, un condensato della rivista. Il target più adatto per questo libro sembra essere quello di un curioso di cinema giovane e non schizzinoso riguardo il suo campo di visioni e di scoperte, disposto a lasciarsi trascinare nel fascino perverso della serie B. La piccola cineteca degli orrori è, in definitiva, un tentativo piacevole da sfogliare, stampato su carta di qualità (e non economico), di divulgazione, di introduzione, di sirena allettante verso un "altro" cinema.
Alessio Vacchi

domenica 10 ottobre 2010

Focus on. Steven Seagal: DURO DA UCCIDERE


Usa 1990. Su dvd Warner.

All’inizio della sua carriera, Steven Seagal non sbagliava un colpo, interpretando delle pellicole ben realizzate, curate nei dettagli e ricche di sequenze d’azione. Duro da uccidere, girato lo stesso anno di Programmato per uccidere, conferma questo trend inaugurato l’anno precedente con Nico. L’intreccio è molto basico e ci presenta il detective Mason Storm, tra i pochi poliziotti puliti in un dipartimento corrotto e al soldo della malavita. Venuto in possesso di prove scottanti in grado di incastrare un potente senatore, Storm è vittima di alcuni sicari, che gli sterminano la famiglia e lo riducono in coma irreversibile. Ma Seagal è indistruttibile e dopo sette lunghi anni torna cosciente. Il passato però non tarda a ritornare e i poliziotti corrotti tenteranno in tutti i modi di uccidere Storm, costringendolo a perpetrare una sanguinosa vendetta.
Duro da uccidere è un poliziesco teso ed essenziale, tutto focalizzato sull’azione, vero fulcro della vicenda. Seagal è come sempre monoespressivo, ma nelle sequenze di combattimento si conferma brutale e preciso, anche grazie alle tecniche dell’aikido. Ossa e colli dei nemici si spezzano per i colpi dell’eroe, in un tripudio di sangue e fratture scomposte. Sono numerose le sequenze memorabili, con l’attore impegnato a sgominare bande di teppisti e decine di agenti corrotti a mani nude o con l’aiuto di stecche da biliardo. La scena ambientata in ospedale, in cui un sicario tenta di eliminare Storm costretto su una barella e impossibilitato a deambulare è un concentrato doc di medical thriller e di adrenalina action di alto livello e la resa dei conti finale, con Seagal intento a sterminare i suoi nemici è impreziosita da grandiosi scontri a fuoco e da una sottile ironia (si veda la falsa evirazione dell’impaurito senatore). Sono anche percepibili echi del nostro poliziottesco, nella disillusione con cui è presentata la corruzione delle istituzioni e nella sequenza in cui quattro killer entrano in casa di Storm giustiziando a sangue freddo la moglie e lo stesso poliziotto. Queste figure senza volto, con fucili a pompa e passamontagna, sembrano infatti appena usciti da un film di Umberto Lenzi o di Enzo G. Castellari e a livello iconografico sono molto somiglianti ai malviventi de Il cittadino si ribella.
È anche curioso notare che per la prima volta un eroe seagaliano si innamora, mostrando un lato sentimentale inaspettato. La love story con l’infermierina interpretata da Kelly Le Brock (all’epoca moglie dell’attore) è eccessivamente mielosa e poco credibile, ma fa sorridere vedere l’impassibile campione di aikido lasciarsi andare in effusioni e smancerie degne di un imberbe adolescente. Nel complesso il film risulta comunque pregevole e divertente, anche grazie al regista Bruce Malmuth, che serve al meglio la sua star, regalandogli tanti primi piani e uno stile di ripresa dinamico e coinvolgente. Inoltre è d’obbligo una menzione speciale per la colonna sonora di David Michael Frank, con una partitura rock orientaleggiante tipicamente anni Ottanta, perfetta per dare all’atmosfera un tocco in più. Tra i comprimari si può riconoscere un giovane Branscombe Richmond, nativo americano diventato celebre come compare di Lorenzo Lamas in Renegade. Al centro di Duro da uccidere c’è la vendetta, di cui Seagal diventa simbolo imprescindibile. Molti altri suoi film saranno centrati sul desiderio di vendetta dell’eroe, spinto a combattere contro il male per ripulire le strade dalla peggior feccia. Da questo momento il crimine è avvertito: Steven Seagal è arrivato in città...
Edoardo Favaron

domenica 3 ottobre 2010

Focus on. Steven Seagal: NICO


Usa 1988. Su dvd Warner.

Foto in bianconero che scorrono in sequenza su sfondo scuro. Un neonato, un bimbo, un ragazzo in età adolescenziale. Capelli neri, volto ovale, occhi grandi e sguardo profondo. Sono foto di famiglia, che testimoniano attimi di vita vera e vissuta. Una voce fuori campo le accompagna narrando di un ragazzo di origini siciliane, cresciuto nell’ambiente degli immigrati italoamericani e folgorato dalle arti marziali. Le foto diventano immagini in movimento, i colori si sostituiscono al grigiore dei vecchi ricordi. Il giovane picciotto si è trasformato in moderno sensei, primo istruttore occidentale di aikido nel chiuso Giappone. L’inizio di Nico è l’inizio di una carriera. Un incipit che crea una leggenda. La storia di Nico Toscani è la storia del suo interprete, Steven Seagal. Finzione e realtà si intrecciano e concorrono a definire il background biografico di un personaggio che è proiezione narrativa dell’attore, qui impegnato anche in veste di produttore e sceneggiatore. A parte una breve parentesi durante la "sporca guerra" vietnamita, la pellicola è ambientata nelle strade di Los Angeles, tra quartieri etnici, ghetti e grattacieli.
Nico è un poliziesco vero, che vive della strada e nella strada. Un film perfetto per esaltare la fisicità imponente (1,93 m di altezza) e la grinta aggraziata ma animalesca di Seagal. Il tenente Nicola Toscani è infatti un idealista, un detective senza macchia sempre pronto all’azione e a proteggere i più deboli e le minoranze. Conducendo un’indagine su alcuni narcos colombiani, scopre che la corruzione dilaga anche nelle alte sfere governative e che i servizi segreti appoggiano illegalmente l’importazione della polvere bianca in territorio americano. Nonostante l’ostruzionismo di capi e colleghi individua un’unica strada per la giustizia: agire da solo, facendo ricorso alla sua abilità nelle arti marziali e a un profondo coraggio.
Diretto da Andrew Davis, il film ha un punto di forza e d’innovazione nello stile marziale presentato: l’aikido. Seagal, prima di diventare attore, era infatti stato maestro di questa particolare disciplina (anche come istruttore personale di Sean Connery) e porta sullo schermo tecniche e movenze tipiche di quest’arte giapponese. I colpi inferti ai nemici risultano brutali ma al contempo aggraziati e riescono a unire agilità e forza devastante. I combattimenti corpo a corpo sono numerosi, il vero fulcro della pellicola: l’abilità di Seagal viene esaltata e non ne fa rimpiangere la recitazione monoespressiva e limitata. Oltre all’aikido, Nico assicura anche una massiccia dose di sparatorie e inseguimenti, egregiamente diretti e coreografati. Tra questi sono notevoli lo scontro tra Seagal e cinque malavitosi che culmina con la distruzione di un piccolo supermercato indiano e la scena di tortura finale, in cui il detective Toscani mostra tutta la sua resistenza al dolore e la sua brutalità, frantumando ossa e distribuendo proiettili a grosso calibro. La regia di Davis è funzionale all’azione e riesce a dare il giusto dinamismo agli stunt, senza tralasciare i momenti di introspezione (non moltissimi in verità). La colonna sonora dà ritmo alle vicende, mixando strumenti sintetici a sonorità tipicamente orientali. L’unico difetto è la sceneggiatura, troppo schematica, ma questa carenza viene ampiamente compensata dalla forte dose di adrenalina. È inoltre da notare l’audacia dell’inquadratura finale, un piano fisso sul Campidoglio, mostrato come simbolo di corruzione e ingiustizia.
Tra gli interpreti principali fa piacere ritrovare Henry Silva e Pam Grier, due volti caratteristici del cinema di serie b, rispettivamente nei ruoli del perfido Zagon e della poliziotta Jackson. Silva, ad anni di distanza dai fasti del poliziottesco, presta il suo viso marmoreo a un personaggio stereotipato, rivelandosi però una credibile nemesi del protagonista. Nel ruolo della moglie del detective Toscani, una Sharon Stone intenta a muovere i primi passi nel cinema degli studios. Seagal e Davis torneranno a lavorare insieme nel 1992 con Trappola in alto mare, altro grande successo al box office. Nico è un’opera compiuta, un action urbano di quelli a base di arti marziali e super poliziotti e lancia la carriera di Steven Seagal, promuovendolo subito al rango di action star. Un eroe atipico, non bellissimo né particolarmente atletico, ma dotato di grande cuore e capace di sconfiggere il male con la dirompente forza della violenza.
Edoardo Favaron

Memorabilia. HEIDI TORNA TRA I MONTI


Bei tempi per i bambini, gli anni 70: nelle sale, più numerose di oggi, potevano fruire di una programmazione che comprendeva lungometraggi Disney riproposti, altri con i personaggi Warner Bros, o giapponesi. Come questo film, il cui titolo ambiguo può suonare come un invito, con la beniamina montanara. Il flano, fra virgolette che si aprono e non si chiudono, ci spiega come il film sia un sequel (il regista è lo stesso) ed è preciso nel comunicare cosa vedremo, anche se il leggerlo fa sorgere spontaneo uno "e stica...?".
A.V.

domenica 26 settembre 2010

Focus on. Chuck Norris: THE CUTTER


Usa 2005. Su dvd Mondo.

Una cospirazione che coinvolge diamanti rubati, un rapimento, un investigatore privato e un implacabile assassino. Con questi elementi Chuck Norris torna al cinema action puro, lontano dalla mielosità dei film per famiglie, pronto a fare ciò per cui è nato: regalare ai suoi fans sequenze adrenaliniche e brutali combattimenti. La pellicola mette in scena l’indagine del detective John Shepherd, un loser disilluso dalla vita, che viene coinvolto in un complesso intrigo internazionale e si troverà costretto a ricorrere alla sua esperienza e alle abilità di esperto combattente per salvare delle vite innocenti. The Cutter è un’opera dignitosa, un b-movie teso e denso di azione, che riesce a esaltare le qualità di Norris, che nonostante i 65 anni è ancora credibile quando si tratta di effettuare coreografie marziali elaborate. Il ruolo del detective consumato dal peso degli anni e dai rimorsi gli calza perfettamente e l’attore riesce persino a dare una discreta caratterizzazione al personaggio. La sua entrata in scena è in pieno “Chuck style”, con la decimazione di uno stuolo di nemici che diventano semplice carne da macello. Tra le sequenze migliori sono da segnalare un combattimento all’interno di un bus in corsa, un inseguimento nei sobborghi di Washington, un paio di sparatorie dalla notevole potenza di fuoco e la resa dei conti finale, in cui il protagonista fronteggia il malvagio killer artefice della cospirazione.
Il ritmo è abbastanza elevato fin dalla prima scena, grazie alla regia funzionale di William Tannen, veterano del cinema action (Flashpoint con Kris Kristofferson, Hero and the Terror sempre con Norris). La sceneggiatura risulta però a tratti confusa e sconclusionata, peccando di eccessiva complessità e il montaggio abusa di alcuni espedienti come le immagini accelerate, togliendo realismo ai combattimenti. La produzione è targata Nu Image, che negli ultimi anni ha finanziato i film con Van Damme, Lundgren e Seagal e assicura una confezione di medio livello, consona agli standard dei direct to video. Uno dei punti di interesse della pellicola è il cast che comprende, oltre a Norris, alcune vecchie glorie del cinema di genere. Daniel Bernhardt, che qui riveste i multiformi panni (è un esperto di travestimenti) dello spietato sicario Dirk, è stato il protagonista dei numerosi seguiti di Senza esclusione di colpi e anche in The Cutter dà prova di indiscusse abilità nelle arti marziali, regalandoci uno scontro con Chuck Norris crudo, realistico e ben coreografato. Fa inoltre piacere rivedere, sebbene in un ruolo marginale, Joanna Pacula, protagonista di decine di film di genere tra gli anni ’80 e ’90, tra cui Giustizia a tutti i costi, Tombstone, Il silenzio dei prosciutti del nostro Ezio Greggio e Body Puzzle di Bava jr. Completano il cast Bernie Koppel (il Doc di Love Boat) e Tracy Scoggins (Babylon 5), volti noti agli appassionati di serie tv. In un ruolo cameo compare anche Aaron Norris.
Nel complesso The Cutter è un discreto prodotto di intrattenimento, con la giusta dose di azione e che permette a Norris di tornare un’ultima volta a sferrare calci e menare le mani, con il suo stile agile e veloce, dal forte impatto coreografico. Ad oggi questo film chiude la gloriosa carriera della star, ultimo assolo di un attore che ormai è diventato icona e mito della moderna pop culture. Ma non è mai detta l’ultima parola. Forse la parola fine non è ancora stata del tutto scritta e prima o poi il vecchio leone del Texas tornerà a ruggire.
Edoardo Favaron

Focus on. Chuck Norris: BELLS OF INNOCENCE


Su dvd Good Times Video (regione 1).

Ceres, Texas, 1932. Due nativi americani vestiti con abiti tipici degni di una festa di carnevale dell’oratorio (e con parrucche visibilmente finte) siedono attorno a un fuoco. D’un tratto giunge un uomo vestito da boscaiolo del nuovo millennio (jeans, polo e camicia!), terrorizzato e sull’orlo della follia. In lontananza una decina di fiaccole e di loschi individui incappucciati si avvicinano “minacciosi”. Gli indiani scappano ma non troveranno salvezza. Il male si è ormai impadronito del villaggio. Per sempre. La narrazione si sposta poi ai giorni nostri, in una comunità protestante che professa l’evangelizzazione nel terzo mondo. Tre giovani predicatori decidono di andare in Messico per diffondere il sacro verbo ma, in seguito a un guasto aereo, si ritroveranno nel paese maledetto. In breve tempo le forze malefiche si scatenano, tra bambini indemoniati, predicatori dediti al culto di Satana, folle assassine dedite al linciaggio ed entità arcane. I tre giovani saranno costretti a far ricorso alla propria fede e a una vecchia radio a onde corte per tentare di sopravvivere e di sconfiggere i mostri infernali. In questo bizzarro e sconclusionato delirio narrativo, Chuck Norris interpreta il ruolo di Matthew, un ranchero che vive ai confini del villaggio, in una capanna nel deserto, che si rivela una sorta di guida per i tre sventurati protagonisti. Norris sfoggia il suo tipico look western, riutilizzando probabilmente parte del guardaroba di Walker Texas Ranger, va a cavallo e snocciola alcuni dialoghi insensati e insignificanti.
È desolante vederlo in questo disastro di celluloide, spaesato e fuori parte, lui stesso incredulo di essere caduto così in basso. La pellicola, diretta dallo sconosciuto Alin Bijan, è un vero esempio di film brutto. Anzi, bruttissimo. Nulla è salvabile in quest’opera insulsa e kitsch. La trama è debole e stereotipata, quasi plagiata da opere ben superiori quali Il villaggio dei dannati o Dal tramonto all’alba, con dialoghi poco credibili e priva di qualsiasi colpo di scena, funestata anche da un arido sottotesto cristiano-evangelico. Gli effetti speciali sono ridicoli e amatoriali, impensabili per un film del 2003: esemplari i teschi che compaiono in sovrimpressione sui volti degli antagonisti, realizzati in una CG finta e imprecisa e gli occhi fosforescenti degli indemoniati, davvero inguardabili. La regia di Bijan è piatta e statica, interamente strutturata su piani fissi e larghi, incapace di creare la giusta tensione e concorre a enfatizzare il carattere semiamatoriale della pellicola. La musica è esageratamente lirica e stona con l’ambientazione country e texana. Ma la vera pecca del film è il cast. Il protagonista è Mike Norris, figlio di cotanto padre, qui impegnato anche come sceneggiatore e gli altri interpreti sono sconosciuti e incapaci di calarsi in personaggi già bidimensionali e stereotipati. Il povero Chuck si limita a regalarci qualche smorfia e qualche sorriso bonario, costretto in un ruolo che non prevede neanche un calcio, un combattimento o uno scontro a fuoco. Bells of Innocence è indiscutibilmente il punto più basso dell’intera carriera della star, che per la prima volta è relegata in un ruolo secondario. Il film non è stato distribuito nel mercato italiano: per una volta i nostri distributori hanno visto giusto.
E.F.

domenica 19 settembre 2010

Focus on. Chuck Norris: L'ULTIMO GUERRIERO


Tit. or.: Forest Warrior. Su dvd 01.

Capelli lunghi e schermigliati, abito in camoscio da nativo americano, stivaletti in pelle con frange ballerine e viso incorniciato da una barba più lunga del solito. Questo è il pittoresco look che Chuck Norris sfoggia in questa favoletta ecologista realizzata dal solito Aaron Norris nel 1996. L’attore interpreta il bizzarro personaggio di John McKenna, incarnazione dell’antico spirito della foresta di Tanglewood. Questa rigogliosa area boschiva è minacciata da avidi speculatori edilizi, che vogliono mettere le mani sulla vasta area verde per edificare e far spazio al grigiore del cemento. La foresta è il luogo preferito di un agguerrito gruppo di ragazzini, autodefinitosi I signori di Tanglewood che, spaventati dall’avanzare delle scavatrici, si appellano al sacro spirito della foresta (Norris in persona). Chuck entra in scena al ralenti, come un’apparizione salvifica di una antica divinità olimpica, peccato che sia una visione desolante e deprimente. È difficile capire come un attore che ha fatto del cinema d’azione la sua vita si riduca a girare una pellicola insulsa come questa, circondato da mocciosi irritanti che scimmiottano I Goonies e Mamma ho perso l’aereo.
L’ultimo guerriero è un seguito ideale alla mielosa atmosfera del precedente Il cane e il poliziotto, ma è ancora più scarso narrativamente e qualitativamente. Il sottotesto ecologista è più stucchevole che nei film di Seagal (in particolare The patriot e Fire Down Below) e l’intento pedagogico sul rispetto ambientale è degno di un giornalino parrocchiale. La regia del fratellino della star è più moscia del solito, il montaggio è degno di un film amatoriale e il doppiaggio italiano concorre alla demolizione della pellicola. Si rimane increduli a vedere questo spirito della foresta che lotta contro dei boscaioli bifolchi, spazzandoli via a suon di calci, pugni e giravolte. Gli scontri a fuoco sono banditi, forse perché diseducativi considerato il target di undicenni a cui il film è rivolto. Gli unici momenti degni di attenzione sono una sequenza di lotta tra Norris e sette boscaioli, in una nube di polvere, tra ralenti e mascelle serrate e il confronto finale, risolto però troppo in fretta con il solito turbinio di calci rotanti. Il film si conclude come una fiaba della buonanotte, al chiarore della luna piena, con Chuck che offre ai ragazzini un pistolotto morale su madre natura, sotto lo “sguardo” imperioso (e impietoso) della montagna e delle alte querce secolari. Non poteva esserci conclusione peggiore. Uno dei pochi motivi di curiosità è rivedere Michael Beck, protagonista de I guerrieri della notte, ormai ridotto a lavorare in operazioni di basso livello come questa.
Talvolta i vecchi guerrieri dovrebbero avere il coraggio di compiere una scelta tanto difficile quanto necessaria: ritirarsi. Questo film dimostra che forse anche per il leggendario Chuck era giunta l’ora di andare in pensione. In Italia il film ha beneficiato di un ampio numero di passaggi su Rai e tv satellitari.
Edoardo Favaron. Immagine da voyagetothebottom100.blogspot.com.

Focus on. Chuck Norris: IL CANE E IL POLIZIOTTO


Tit. or.: Top Dog. Su dvd 01.

Immaginate un film che unisce i “capolavori” televisivi Tequila e Bonetti, Il commissario Rex e La signora in giallo, il tutto miscelato con una spruzzata di Walker Texas Ranger e, ciliegina sulla torta, il pathos familiare di Fermati o mamma spara. Questo cocktail (agitato, non mescolato) è ciò che offre Il cane e il poliziotto, film del 1995 diretto da Aaron Norris. Chuck Norris, rilanciato dal successo planetario di Walker Texas Ranger, produce una pellicola rivolta ai grandi e (soprattutto) ai piccini, direttamente destinata al mercato dell’homevideo. Ma il film per famiglie non si sposa con la violenza tipica delle precedenti pellicole della star. Norris, volenteroso nel dispensare buoni sentimenti a piene mani, sceglie come coprotagonista un cagnone peloso di nome Reno, indigesto e irritante da vedere e da sopportare, una bestiola talmente poco aggressiva da far sembrare Lassie e Rin Tin Tin dei Pitbull da guardia!
L’attore veste i panni del detective di San Diego Jack Wilder, impegnato a salvare la comunità locale da alcuni terroristi membri di un gruppo paramilitare che predica la supremazia della razza ariana, una sorta di moderno Ku Klux Klan nazistoide senza svastiche e senza cappucci bianchi. Norris, in serie difficoltà nella risoluzione del caso, decide quindi di chiedere aiuto al suddetto cagnolino e…all’amata madre, un’arzilla vecchietta in fase geriatrica. Unendo forze e intuito l’allegra compagnia riuscirà a fermare i terroristi prima che si compia una strage. Il film, nonostante l’inutilità e la risibilità della trama, offre alcuni sprazzi di vero Chuck style. Il nostro beniamino regala un buon numero di calci volanti, alcuni dei quali capaci di distruggere vetrate e tettoie, gli scontri a fuoco sono credibili e il ritmo è sufficiente per evitare di cedere al sonno (anche grazie alla breve durata di 80minuti). Anche il climax, che vede un vescovo, un rabbino e un santone segregati in una limousine e minacciati da un ordigno pronto ad esplodere è simpaticamente trash e ben costruito su un funzionale montaggio alternato. Ma Chuck da solo non basta. La fotografia e la regia di Aaron Norris (già autore di Missing in action 3, Delta Force 2, Hellbound...) sono disarmanti nella loro piattezza televisiva e l’intera operazione risulta inutile e stucchevole, inferiore a tanti episodi del serial sul ranger più famoso del Texas. Anche i fanatici cattivoni sono insulsi e privi di carisma e si prestano come semplice bersaglio per le acrobazie del protagonista e per i morsetti del pulcioso cagnolino. Tra gli interpreti si riconoscono il veterano Timothy Bottoms e il figlio d’arte Francesco Quinn; gli altri membri del cast sono attori televisivi senza particolare talento.
Il cane e il poliziotto è quindi un film che regala qualche sporadico momento tipicamente “norrisiano” (le sequenze migliori) che farà gongolare i fan della star, ma complessivamente è più un film per bambini che per gli amanti dell’action e la sua collocazione ideale è quella televisiva.
Edoardo Favaron

The freak show. AMITYVILLE DOLLHOUSE


Usa 1996. Su dvd Stormovie.

Amityville Horror, film del 1979 diretto da Stuart Rosenberg, ebbe un grande successo di pubblico, originando, come ogni trionfo commerciale, una lunga serie di seguiti. Tra questi Amityville Dollhouse, realizzato per il mercato homevideo da Steve White, produttore televisivo qui alla sua prima e unica esperienza dietro la macchina da presa. Il film narra le vicende di una tipica famigliola americana, appena trasferitasi in una inquietante magione rurale. Nel capanno degli attrezzi, il pater familias trova una casa delle bambole che, da buon padre tirchio e disattento, non esita a regalare alla sua figliola di dieci anni. Come già anticipato dal titolo, è questa casa delle bambole a rivelarsi un vaso di Pandora pronto a liberare forze arcane e demoniache. Queste sataniche presenze non tardano a impossessarsi dei componenti della famiglia, facendo prevalere il lato oscuro di ognuno di loro. Il padre diventa brutale e aggressivo (sono espliciti i riferimenti al Jack Torrance di Shining), la madre ha fantasie erotiche sul figliastro e la bimba rischia la morte per l’eccessiva vicinanza con i giocattoli diabolici. Solo il fuoco potrà purificare quest’ambiente imputridito dal male.
Una trama esile e scontata che conferma la prima impressione, chiara fin dai titoli di testa: Amityville Dollhouse è un prodotto similtelevisivo, girato male. White si dimostra incapace di gestire la tensione, utilizzando piani fissi, statici, che paralizzano il ritmo dell’intera pellicola e persino i semplici campi-controcampi nelle sequenze di dialogo appaiono finti e stucchevoli. Gli interpreti sono anch’essi insufficienti, volti senza personalità e senza qualità e il doppiaggio italiano non aiuta a migliorarne la credibilità recitativa. Persino le bamboline malefiche sono ridicole, con un aspetto più simile a strumenti voodoo che al Chucky de La bambola assassina) e in generale il film ha carenza di ritmo, tensione e ironia. Siamo quindi lontani dal valido capostipite della serie come dal discreto seguito diretto da Damiano Damiani (Amityville Possession, 1982). L’unico aspetto degno di nota è il lato melodrammatico, forse involontario, derivato dalle contrastate e burrascose dinamiche familiari, che disgregano il nucleo abitativo più delle presenze sataniche. Volendo forzare le intenzioni di mero intrattenimento dell’operazione, si può infatti ravvisare una critica di fondo all’ipocrisia americana, alla classica famiglia “da Mulino Bianco” presente in tanti film, che sotto la fatua superficie di felicità, nasconde scheletri e fantasmi pronti a venir fuori, magari sospinti da qualche bizzarra forza soprannaturale. Ma nonostante questa possibile lettura sociologica, Amityville Dollhouse rimane un prodotto di scarsa qualità, inconcludente e talvolta ridicolo, buono solo per una serata masochistica all’insegna della totale noia cinematografica.
E.F.

domenica 12 settembre 2010

Focus on. Chuck Norris: HELLBOUND


Usa 1994. Su dvd Stormovie.

Dopo aver decimato cinesi, vietnamiti, russi, terroristi palestinesi e narcos sudamericani, Chuck Norris si trova orfano di antiamericani da sterminare e così decide che è finalmente arrivato il momento di affrontare nientemeno che… un emissario di Satana! Hellbound-All'inferno e ritorno è un film tanto bizzarro da diventare trash e cult. L’improbabile trama, che vede un poliziotto americano affrontare un demone fino in Palestina per salvare l’intera umanità, ne è la prima conferma. L’intreccio è un coraggioso frullato di Indiana Jones, L’esorcista e dei numerosi thriller millenaristici prodotti a inizio anni ’90. Norris cerca di rilanciare una carriera ormai alla deriva, tentando di allargare il proprio target di aficionados agli amanti dei film horror, ma l’effetto è opposto. Pochi spettatori e carriera ancora più in discesa libera: il film viene distribuito solo in vhs (almeno in Usa) e risulta essere una delle opere meno note dell’attore. La dose minima di sparatorie, calci rotanti e inseguimenti anche in questo caso è assicurata, ma non basta a elevare la qualità di quest’opera che non riesce a beneficiare neanche dell’ambientazione esotica (Gerusalemme). E’ però interessante notare come il film anticipi alcuni elementi dell’imminente Walker Texas Ranger: la coprotagonista femminile è Sheree J. Wilson, futura compagna del ranger più famoso di Dallas e per la prima volta l’attore ha un partner di colore (Calvin Levels, attore dal backgorund teatrale mai esploso sul grande o piccolo schermo), contraltare ironico e dissacrante, peraltro anche fisicamente simile al ranger Trivette. Ed è proprio con questo Trivette ante litteram che si aprono dei siparietti da buddy movie che intervallano le scene thriller, frantumando ulteriormente il ritmo già blando e monotono. Norris è granitico e serioso come suo solito ma, in questo contesto simil fantasy, si dimostra eccessivamente rigido e impacciato.
Il regista Aaron Norris, fratello della star, non riesce a dare vigore alle rare coreografie marziali e non dà ampiezza al respiro della messa in scena, conferendo all’intero film un aspetto televisivo simile a un episodio della serie Relic Hunter. Inoltre sono evidenti i limiti di budget, impietosamente mostrati negli scarni effetti speciali e nel prologo ambientato durante le crociate, in cui le poche comparse sono agghindate con costumi degni di una recita scolastica. Anche l’aspetto del demone è esilarante, nonostante il volto e lo sguardo di Christopher Neame risultino naturalmente inquietanti. In questo quadro di globale desolazione qualitativa, bisogna evidenziare un elemento riscontrabile solo a posteriori, che riesce però a limitare la negatività della visione: l’effetto nostalgia, per cui anche un film involontariamente demenziale come Hellbound può essere visto fino alla fine senza spegnere il videoregistratore. Proprio in questa ottica di recupero, Hellbound si rivela un film da guardare con un sorriso smaliziato, apprezzando la sincerità con cui è stata realizzata un'opera come questa che fa dell’intrattenimento, per quanto improbabile, la sua unica ragion d’essere.
Edoardo Favaron

Incompresi. Comici allo sbaraglio. BIBO PER SEMPRE


Italia 2000. Di Enrico Coletti.

Già verso la fine del 2000, quando Bibo per sempre si avvia ad uscire incassando ben poco, Teocoli lascia trapelare di esserne poco soddisfatto. Anni dopo, senza più remore, dirà riguardo la sua carriera nel cinema: "Ho fatto un film che ha visto solo mia madre e da allora non c’è stato più nulla da fare"*.
Teocoli è Bibo Cedrelli, un attore comico, sposato con figlie, che attraversa un momento di crisi esistenzial-lavorativa. Come non si sentisse realizzato, apprezzato, come non sapesse bene chi è e cosa voglia fare. Complice la conoscenza del ruvido senza tetto interpretato nientepopodimeno che dallo scrittore Luis Sepúlveda e dello strambo personaggio di Marco Della Noce, manda in crisi i rapporti coi dirigenti tv e con la moglie (Anna Galiena), fino a trascorrere una giornata fuori casa da barbone. Al termine, come prevedibile, torna alla dimora familiare e ottiene un ridimensionamento più umano del suo impegno lavorativo nei panni di altri.
E' chiaro il parallelo tra cinema e vita, tra Bibo e l'attore-imitatore Teocoli. "Qual'è il vero volto di Bibo Cedrelli?", si legge su un giornale. Il problema non è l'eventuale banalità della "crisi" del protagonista, ma (tra gli altri) che il film sui problemi del mestiere d'attore dice ben poco e balbettando. Bibo sembra un autodistruttivo che fa cavolate improbabili e poi cerca di essere compatito. Ma i toni dolceamari e le note musicali tenere non impediscono allo spettatore di ritenerlo un po' coglione. All'inizio incuriosisce il vedere la preparazione e la messinscena degli sketch, che si formano sotto i nostri occhi (e che coinvolgono la soubrette rumena Ramona Badescu) e che vanno a ramengo. Ma la cosa non risulta credibile e non funziona. Per esempio, quando Bibo registra una televendita per una bevanda energetica, questa è contenuta in grossi flaconi che paiono di detersivo, la scenografia non è realistica, poi arriva Della Noce truccato-sfigurato e dopo aver bevuto distrugge tutto. I manager giacca-cravattati si arrabbiano, ma se sanno che il lavoro di Cedrelli è creare queste buffonerie, perchè lo chiamano e perchè ogni volta se la prendono? E' un aspetto male impostato, al punto che si arriva a chiedersi che lavoro faccia di preciso.
Comunque, Teocoli ha così modo di prodursi in diversi personaggi: Bill Clinton, Hulk Hogan... Inaspettata, giunge addirittura, in un sogno del protagonista che imita il cinema muto (bianco e nero, segni, didascalie, fotogrammi a minore velocità), l'imitazione dell'Harold Lloyd in bilico di Preferisco l'ascensore. E' una cosa che lascia il tempo che trova, ma i critici seri direbbero che è un sacrilegio. Altrove, è come se Teocoli volesse strizzare l'occhio al pubblico, di provenienza televisiva, proponendogli qualcosa di riconoscibile, come l'infilata di imitazioni che chiude il film -Galliani, Maldini tra gli altri - , o proprio guardando in macchina nelle sue performances: sia nell'imitazione di Celentano fatta a favore di camera** che nel bacio finale con la moglie, lei guarda in camera e sorride, chiamando il sorriso spettatoriale, come dire: "Che simpatico quest'uomo!".
Spesso il film sembra un'infilata di situazioni comiche loffie e purtroppo, al posto delle risate, si ha l'imbarazzo. Il peggio sono le due sequenze consecutive in cui Teocoli prima mostra il sedere - ballando nudo nel tentativo di stuzzicare la moglie - , poi sedere e pacco da dietro i vetri della doccia e la scenetta di Nosfy (Nosferatu), col vampiro che perde la dentiera, una di quelle cose che si visionano guardandosi attorno e sperando che non ci sia nessuno. Si aspettano i momenti in cui è in scena la Galiena per sbirciarne il seno materno, ma non è un buon segno. Va meglio con Della Noce: la sua maschera, con quella voce, è un po' stucchevole ma non è male come freak urbano drogacciato, ad esempio quando alla fine fa irruzione al mercato del pesce per fermare l'invasione del mondo delle sardine (sic): Teocoli è narciso ma il film gli concede i suoi momenti. Cameo di Ale e Franz nella parte di due camerieri di ristorante che litigano di fronte ai clienti. In una gag è protagonista una ronda padana.
A.V.

*http://www.davidemaggio.it/archives/11470/teo-teocoli-va-in-pensione-e-tuona-la-mori-e-celentano-strani-e-un-po-egoisti, **http://archiviostorico.corriere.it/2000/novembre/11/Teocoli_mai_piu_amico_Celentano_co_0_0011117237.shtml

A domanda rispondo. BEATRICE RING



In Una notte al cimitero hai lavorato con Lamberto Bava...
Lamberto Bava è un regista magnifico. Ha talento ed è professionale. Con lui è stata una splendida esperienza. Mi ha dato spazio per esprimermi e sapeva dirigermi quando ero tesa. Lo rispetto.

Cosa ricordi di questo periodo, più in generale?
Nei tardi anni 80, il cinema italiano era ad uno stop e tutti i miei amici attori facevano la fame. Ho lavorato in Zombi 3 perchè avevo disperato bisogno di pagare affitto e gas. Deran ed io eravamo molto innamorati e gli davo tutto il supporto che chiedeva. Ho sempre immaginato che sarebbe diventato un grande regista. Ha fatto grandi cose con il film a basso budget con il quale ha esordito dietro la mdp [Interzone, prodotto da Joe D'Amato, ndt]. Ero divisa fra il vivere in Italia, dove stava la mia famiglia e trasferirmi negli Usa dove avrebbe dovuto esserci il mio futuro. Ho viaggiato avanti e indietro per quattro anni prima di decidere che avevo bisogno di stare in Usa per migliorare il mio inglese e lavorare in un contesto più stimolante e professionale.

Film come quelli, comunque, hanno avuto grande successo non solo in Italia...
Beh, dipende cosa si intende per successo. Anche la malaria e la peste hanno avuto molto successo. Se si amano i film low budget e gore allora sì, è un successo. Quando Zombi 3 fu proiettato in anteprima al Fantafest di Roma, la mia cara amica Marina Loy ed io dovemmo andarcene dopo dieci minuti, perchè il pubblico faceva "boo" e rideva ad ogni cosa.

Cosa ne pensi della produzione horror italiana degli anni Ottanta?
Non ne ero particolarmente fan e non capisco questa moda. Ho avuto sfortuna per anni dopo Zombi 3 ed è mia ferma convinzione che i film horror siano uno strumento che trasporta paura ed energie negative nelle stanze dove la gente vive e nelle loro anime, in altre parole sono molto insalubri. Non guardo mai horror. La gente lavora negli horror e nel porno per fare soldi in fretta e anche questo è segnale di un compromesso che finisce col costare. Non credo nelle scorciatoie, o sono illegali o alla fine si pagano.

Anche in Interzone hai lavorato con Deran Serafian, come in Zombi 3.
Deran e io ci frequentammo da lì ed eravamo stati scelti insieme perchè eravamo amici di Claudio Fragasso. Lui è un caro amico di Deran.

Veniamo allora alla sceneggiatrice Rossella Drudi e a suo marito Claudio Fragasso...
Rossella è un'ottima scrittrice e non penso che abbia mai ricevuto il credito dovuto per il suo lavoro. Era solita affittare una stanza in un hotel sul litorale di Bracciano, provincia di Roma e scrivere una sceneggiatura lungo una settimana o due. Deran ed io amavamo stare con lei e Claudio, erano una coppia amabile e talentuosa.

In Sicilian Connection hai lavorato con Tonino Valerii.
Tonino Valerii è un grande regista. Mi è piaciuto lavorare in Sicilian Connection, la location, il cast e la troupe erano fantastici. E' stato come crescere insieme per settimane e poi, quando torni a casa, sapere di aver fatto qualcosa di fantastico. Valerii ha un grande occhio per l'azione ed il dramma e ha molto rispetto per gli attori. Sedevamo per ore a cena in Sicilia parlando della storia di giganti italiani come De Sica e Gassman. Tonino è intellettuale e di buon senso. Ci reincontrammo sei mesi dopo a Tokyo per la promozione del film e facemmo il tour di molti canali tv e feste. Sono stata molto fortunata ad essere scelta per andare in Giappone, c'erano altre attrici italiane più importanti di me in ballo come Dalila Di Lazzaro e Marina Suma ma hanno voluto me. Ho potuto alloggiare per tre settimane all'Imperial Hotel, di lusso, insieme a Deran, con un traduttore e un autista. In hotel abbiamo incontrato il nostro amico Gary Busey che ci ha presentato a Mel Gibson, che stava promozionando un suo film. C'erano enormi cartelloni con la mia foto e scritte giapponesi e la gente voleva stringermi la mano e chiedermi il nome. Avevo 23 anni ma ho avuto una delle più incredibili esperienze della mia vita. Lo devo a Valerii e a Deran che mi hanno aiutato quando sono stata scelta.

E di Aldo Lado, con cui hai girato Rito d'amore, cosa puoi dirci?
Anche Aldo Lado è un intellettuale e un grande regista. E' un uomo che scava profondamente nella psicologia dei personaggi. Nonostante il film in cui abbiamo lavorato era finanziato in parte da un fondo governativo ed era a basso budget, il direttore della fotografia aveva avuto una nomination agli Oscar due decenni prima, quindi sapevo che sarei apparsa benissimo nel film. Lado usava un direttore di casting veramente abile, loro due mi fecero uno scherzetto... Preciso che quando sono tornata dagli Usa, Deran ed io abbiamo rotto perchè ero divisa tra la vita a Roma, la mia carriera da attrice e un futuro con lui, ma era troppo presto per fare dei piani. Quindi ero una persona arrabbiata, dal cuore spezzato e molto motivata. L'ufficio dove Lado curava il casting era in una via centrale e trafficata di Roma e ho dovuto parcheggiare in doppia fila la mia macchina, rischiando una multa. Mentre leggevo, quest'ometto dagli occhiali rotondi di fronte a me ha fatto dei commenti stupidi sul mio accento francese e mi ha fatto subito innvervosire. Così ho iniziato a urlargli che era un idiota e che odiavo aver perso il mio tempo e intanto un altro ometto con una barba bianchissima è spuntato da una porta e mi è corso incontro a braccia aperte chiamandomi: "La mia Natalie!": questo era Aldo Lado. Anche il direttore del casting a questo punto sorrideva e i due erano soddisfatti. Ho capito che il provino era stato un provino di vita reale! Ero confusa e felice e iniziammo le riprese qualche settimana dopo. Un giorno Lado venne da me in panico totale alle 7 del mattino mentre mi truccavo. Ci siamo seduti su un teatro alla De Paolis, su due grandi cuscini e con aria molto seria mi disse "Abbiamo un problema": aveva guardato i giornalieri mi voleva diversa da come apparivo. In realtà non mi aveva mai dato alcuna indicazione, era una parte molto interessante, la mia prima davvero importante, ma non ero stata diretta dall'inizio alla fine. Il film uscì in Giappone ma là non ero stata invitata. Era pauroso pensare che l'uomo che mi incarcerava per mangiarmi, nel film, ora fosse invitato alla premiere col resto della stampa. Ero inseguita dall'idea che sarebbe venuto a cercarmi quando sarebbe stato di nuovo affamato di carne... Lado ha anche coprodotto Farinelli, una coproduzione europea di cui sono appassionata, mi sarebbe piaciuto lavorarci.

Veniamo a Dimenticare Palermo.
Dimenticare Palermo, come Sicilian Connection, si incentra sulla mafia siciliana e non sono sicura che il pubblico Usa sia sensibile a riguardo come gli italiani. Ma nel film mi sembra evidente che la chimica tra Belushi e Mimi Rogers non ci sia. Ho solo poche battute nel film ma ho voluto farle molto bene, prendendo lezioni di ecitazione da una famosa insegnante a Roma e ho fatto estese ricerche su Francesco di Sveva, sulla cui tomba si svolge la scena. Ho anche letto di tutto su Rosi e scoperto che è noto per girare i suoi film nei posti esatti dove sono avvenuti i fatti che narra. Così, quando ho scoperto che la tomba in Sicilia dove stavano posizionano la macchina da presa e le luci era quella di qualcun'altro, a molta distanza da quella vera, sono andata da Rosi a chiedergli perchè non stesse girando sul posto "reale", come faceva di solito. Ricordo che mi diede un'occhiataccia e chiese al suo assistente chi fossi e se potessi levarmi di torno. Molti anni dopo a Losa Angeles, lavoravo al Getty Center come segretaria esecutiva e gli impiegati con cui lavoravo mi chiesero se avessi lavorato in un film con Belushi: l'avevano trasmesso in tv la sera prima e questo mi fece contenta.

Quali sono i tuoi registi italiani preferiti?
Purtroppo molti registi con cui mi sarebbe piaciuto lavorare non ci sono più, come Antonioni, Rossellini, De Sica, Visconti, Truffaut e Sergio Leone, che ho incontrato e con cui ho bevuto champagne nel suo ufficio al mio quindicesimo compleanno! Seguo Pupi Avati, Salvatores, Lizzani e registe donne di grande talento come Cristina Comencini, Byambasuren Davaa (La storia del cammello che piange) e sicuramente anche Lina Wertmuller. Altri famosi registi italiani che non sto nominando hanno usato il loro talento per il guadagno e non per esprimere le loro idee, quindi non possono conquistarmi.

Intervista di Edoardo Favaron, 2008. Seconda parte. Foto da www.pauraprod.com.