domenica 5 settembre 2010

Incompresi. Comici allo sbaraglio. AFFETTI SPECIALI



Ecco a voi il film dei Gemelli Ruggeri, ovvero Luciano Manzalini ed Eraldo Turra, coppia comica attiva in televisione dagli anni Ottanta. I due interpretano questo film a fine di quel decennio, quando ottengono popolarità sul piccolo schermo con L'araba fenice di Antonio Ricci, ma Affetti speciali è un'esperienza che casca nell'invisibilità. Peccato per loro, ma è pane per questa rubrica. Lo sfortunatissimo film in questione, alla cui sceneggiatura collaborano, non è il loro unico lungometraggio, ma è l'unico da protagonisti ed ha una datazione "slittante": in una scena si vede un calendario del 1987, su alcune fonti è dato come 1988, sull'astuccio della vhs è 1989, ma risulta uscito limitatamente solo nel 1991.
Due fratelli molto diversi, non solo fisicamente ma anche caratterialmente: Cris, di stazza, è un "uomo che ama le donne": con i suoi sorrisi stampati, fa cedere come niente fosse quasi tutte le donne che incontra, senza fare niente, come fosse predestinato a un tranquillo piacere. Ivano è strano al limite della malattia mentale, vive in un mondo mentale tutto suo, comunica a suo modo ed anche il suo lavoro è singolare: ogni mattina va a piedi a presidiare un poco trafficato passaggio a livello. La loro vita comunque trascorre placida, i due sostanzialmente si vogliono bene e vivono con la anziana madre e sua nipote (Sabina Guzzanti). Quando la madre si sente male e viene ricoverata, l'unico modo per tenerla in vita è affidarsi alle costose cure di un medico privato (Felice Farina, il regista): questi la piazza su di un imponente apparecchio frankensteiniano, con leve e luci, dove la donna resta a vegetare. Certamente qualcosa si è incrinato nella vita dei due, a cui piacerebbe tornare a vivere "come prima": anche Cris è teso e addirittura fa cilecca con la assistente del dottore. Sarà il gesto "matto" di Ivano a sbloccare le cose, spegnendo il macchinario maddoctoriano in un tripudio di scoppiettii e fumi. Nell'ultima "poetica" inquadratura vedranno sorgere di notte all'orizzonte la scritta "Fine".
Film particolare questo, che sarebbe facilissimo stroncare. Esile, surreale, è impostato su di un ritmo adagiato e stralunato che ben si accompagna alla recitazione dei due protagonisti, o più precisamente al personaggio di Ivano. Anche le battute sono pronunciate in modo staccato le une dalle altre e neppure gli snodi narrativi importanti accelerano il ritmo del film, che resta sostanzialmente "orizzontale". Tenero, quasi toccante, il film trasmette a tratti, complice il bel (quasi eccessivamente) tema musicale, un senso di drammaticità esistenziale, il che è già qualcosa; pure le ambientazioni desolate sono consone.
Certo, la polpa è poca, il film sembra sempre viaggiare ad un metro da terra con la sua leggerezza senza planare mai e non tutte le situazioni funzionano: le battute mattoidi di Ivano talora strabordano nell'imbarazzo. Le risate sono ben poche, sovrastate da qualche sorriso e da un senso persistente di malinconia. Piero Natoli ha due piccoli ruoli: il camionista borchiato che aggredisce (si fa per dire) Ivano e un dottore, Remo Remotti è un venditore ambulante. La Guzzanti invece si ritaglia uno spazio comico che sembra anticipare il suo futuro, quando il suo personaggio intervista con voce alterata la zia.
A.V.

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