lunedì 10 dicembre 2012

Comunicazioni di servizio. AGGIORNAMENTO TFF


Signore e signori, ecco a voi un estemporaneo aggiornamento del blog con alcune recensioni dall'ultimo Torino Film Festival. E' snello e non comprende alcuni dei film più belli visti quest'anno (il vincitore ShellCouleur du peau: miel, Tabu: segnateveli, il primo e il secondo anche se non siete cinefili) che hanno lasciato meno tracce sui miei appunti, nella bulimia delle visioni di quei giorni. Poco professionale, vero. Prendetelo com'è. E un'avvertenza: possono contenere spoiler.
A.V.

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 30 TORINO FILM FESTIVAL, 23/11-1/12/2012. CITADEL


Irlanda/UK 2012.
Se è vero che il cinema del terrore dà voce alle paure che la società si porta dietro, certamente Citadel non fa eccezione. Dal regista irlandese Ciaran Foy una pellicola dove le fobie del mondo contemporaneo vengono messe a nudo in uno script asservito alle esigenze delle produzioni mainstream ma non per questo privo d’efficacia. Fra palazzoni fatiscenti, famiglie proletarie che vivono in condizioni d’indigenza, feroci squatters assassini si muove l’allucinato protagonista, un giovane vedovo costretto a badare a un figlio ancora in fasce e a combattere le proprie ansie interiori (soffre di un’acuta forma di agorafobia da quando ha assistito all’uccisione della moglie) e un pericolo esterno che tutti giudicano l’ennesimo parto della sua fantasia malata ma che lui sa essere fin troppo reale… grazie a un’improbabile alleanza con un prete cattolico e un bambino cieco, il tremebondo papà troverà il coraggio di affrontare le proprie paure e vincerle.
Pur eccedendo talvolta in metafore Citadel è un horror dotato di un certo mordente, sospeso com’è fra le atrocità purulente del cinema mutante di Dadid Cronenberg (gli omaggi a Brood sono plaesi) e il taglio neorealista con cui viene filmata una dimensione urbana degradata e in procinto di disgregarsi, dove il rischio di pungersi con una siringa infetta o finire sfrattati con tutta la famiglia rappresentano un orrore reale e l’inevitabile antefatto per la genesi di una covata di mostri la cui natura parassitaria lascia pochi dubbi sull’intento simbolista dal sapore decisamente romeriano (l’Apocalisse è già in marcia perché la società è infetta di suo). Riprendendo le atmosfere da incubo metropolitano della letteratura splatter-punk anni 80 (ma senza calcare troppo la mano sugli effettacci) Foy dirige con mano sicura, trovando il giusto equilibrio fra la trama e i pugni nello stomaco e lasciando intravedere un talento nel raccontare favole nere che ci auguriamo dia i suoi frutti per altri progetti a venire.
Corrado Artale
Il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=h9mfDiYIY6E

domenica 9 dicembre 2012

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 30 TORINO FILM FESTIVAL, 23/11-1/12/2012. THE LIABILITY


UK 2012. Di Craig Viveiros.
Un ragazzo un po' fesso, Adam, che vive col patrigno malavitoso (Ray Winstone) e la sua amante, viene da lui spedito a fare da autista ed... aiutante ad un killer sulla via del ritiro (Tim Roth). Questa strana coppia -il contrasto di caratteri tra la goffa estroversione del giovane e la serietà laconica del killer è giocata soprattutto verso l'inizio- si imbatte in una ragazza che darà loro filo da torcere, modificando i piani e anche i rapporti tra i personaggi. C'è di mezzo la ricerca della verità su un giro di ragazze scomparse, mentre il ragazzo giungerà ad una sorta di maturazione.
Impasto di noir, black comedy (soprattutto), un po' pulp, con aperture crepuscolari, The Liability si lascia ben vedere, anche se è un po' al di sotto delle possibili aspettative e non si capisce bene perché inserirlo in concorso. E non per pregiudizio antigeneri: l'anno scorso l'estremo The Raid era stata una bella scelta. La regia sostanzialmente c'è, buona la sequenza del macchinoso scambio tra borsa e denaro nel parcheggio, anche se in un paio di casi la messinscena della violenza non funziona, con colpi tra i personaggi palesemente creati dal montaggio, il che toglie forza. Anche e soprattutto sulla definizione di alcuni dei personaggi, sopra le righe, c'è qualcosa da ridire: se la ragazza (una Talulah Riley attraente in modo imbarazzante) passa da comune malcapitata a giustiziera sexy, il patrigno, che parte stronzo, alla fine pare diventare un Satanasso duro a morire. Simpatica però la performance di Jack O'Connell-Adam, col suo inglese marcatissimo a base di “u” che diventano “o”.
Bei brani in colonna sonora, compresa una sorpresa iniziale italiana. O mi volete dire che non conoscete Una rotunda del mare, come è citata sui titoli di coda?
Alessio Vacchi
Il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=t_jk3MBoQ-Y

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 30 TORINO FILM FESTIVAL. NO


Cile/USA/Messico 2012. In uscita prossimamente per Bolero Film.
Cile, 1988. A causa delle pressioni internazionali, il regime di Pinochet indice un referendum per essere confermato o meno e concede una parte degli spazi di propaganda al “no”. Un giovane pubblicitario, René Saavedra (Garcia Bernal), accetta di seguire la campagna antiregime che, è storia, contribuirà alla destituzione del generale.
Dopo un dittico folgorante e sempre più direzionato verso un nero pece, Larraín cambia registro, pur restando ancorato geo-cronologicamente a quella nazione entro un dato periodo storico e si conferma regista prezioso e attento. No è un film di docufiction che sorprende anche come impostazione visiva, girato in una “bassa definizione” affinché ci sia continuità tra i veri spot mostrati e le immagini di finzione, con una luce che talora inonda la macchina, zoom, in un 4:3 che a volte sembra una vhs pan&scannata.
Saavedra capisce, grazie alla sua formazione professionale, che la libertà dev'essere venduta sotto una confezione attraente, come fosse un prodotto di altro tipo. E questo è difficile da far capire agli oppositori al regime, che comprensibilmente vorrebbero approfittare della boccata d'aria concessa per non tacere più sulla mole di violenza e morte che gli anni di Pinochet hanno costituito. “E' brutto”, “Non si vende”, “E' una lagna”, sono tra i commenti di Saavedra di fronte a spot esteticamente sgradevoli, troppo seri (che ricordano le nostre vecchie Pubblicità Progresso) ed a registrazioni di discorsi civili. Il film fa entrare in questi meccanismi di persuasione e consenso su un tema rovente. Agghiaccianti alcuni spot del “sì”: il marxista che resta tale anche “in abito di seta”, i bambini cileni più sani e forti. Ne vediamo alcuni che parodizzano trovate e messinscena di quelli del “no” oppure che li smontano, disonestamente, svelando il loro ovvio essere degli spot (es.: il tal personaggio di donna povera è interpretato da un'attrice). Ma il “no”, oltre ad azzeccare una campagna più accattivante, con una canzone dal ritornello pervasivo (che si ricorda dopo la visione: cercate su youtube), si appella a principi generici e positivi, quindi difficili da combattere. C'è anche un accenno al merchandising delle due fazioni (che chiamata alle urne sarebbe se no?).
Il regime sarebbe ben lieto di mettere le mani addosso ai sostenitori del “no”, come sapeva fare, ma si limita a minacce e dispersioni di cortei. E alla fine gioca pulito, ammettendo la sconfitta. In questo modo anche il cinema di Larrain finalmente giunge a toccare l'alba di un paese meno oscuro. E il risultato è un film tutto sommato fresco, in cui si respira speranza.
Rispetto allo scenario di Tony Manero e Post Mortem, qui sembra di essere in un paradiso, ma Larrain è sempre impareggiabile nel mettere in scena la pratica della paura istituzionale e il senso di incertezza verso il presente ed il futuro (si veda, ad esempio, il panico prima dei risultati). Un film stimolante per il cervello, molto interessante e, novità per Larrain, in cui qualche volta si ride; realistico, quotidiano, persino intimo qualche volta, nella messinscena dei rapporti tra i personaggi, del loro relazionarsi e comunicare. La ricostruzione e le facce sono credibili. Larraín indugia e integra bene gli autentici spot dell'epoca, a cui film deve, ovviamente, parte della sua riuscita e di cui mostra ricostruite riprese e backstage.
Una delle poche riserve riguarda la scelta dell'attore protagonista: Bernal è un uomo di bell'aspetto che non si può dire sfiguri, ma sembra perlopiù un bambolotto che si guardi attorno, e non è solo colpa sua. Sembra un po' una testa d'ariete per dare più appiglio internazionale al film. Meglio l'attore feticcio del regista, Alfredo Castro, sempre bravo nel suo understatement, nei panni del mellifluo capo dell'agenzia pubblicitaria, uomo vicino al regime che accetta, ad un certo punto, di seguire la campagna del “sì” e che ha un rapporto indefinibile col suo dipendente: cerca di lisciarlo, poi lo minaccia, subito dopo conduce un “briefing” insieme a lui... Abbastanza inutili le immagini dal set, sui titoli di coda, con la troupe che chiacchiera, scherza e sbuccia arance.
A.V.
Il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=L43ZTdVozLQ

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 30 TORINO FILM FESTIVAL. COMPLIANCE


USA 2012. Di Craig Zobel.
Becky è una ragazza che lavora in un fast food, insieme ad altri, alle dipendenze di Sandra, capo un po' rompiballe ma umano. Sembra una giornata di lavoro quasi ordinaria, ma Sandra riceve una telefonata da un sedicente agente di polizia: Becky è una ladra, ha sottratto dei soldi ad una cliente nel fast food, c'è una testimonianza che la inchioda. Quindi va trattenuta e perquisita, in attesa che arrivi una volante. Che non giungerà mai, perché all'altro capo del telefono c'è un uomo in vena di uno scherzo lungo e pesante, non il primo. E per la ragazza è l'inizio dello scivolare in un incubo. L'uomo infatti, con modi sicuri, anche se le istruzioni sono discutibili, cerca di coinvolgere più persone possibili nell'umiliazione ai danni di Becky. Anche maschi, di cui cerca di stimolare il voyeurismo, mettendo loro di fronte ed alla sua/loro mercé una ragazza nuda. Finché qualcuno non mangia la foglia. E l'ultima parte del film cerca di dare qualche risposta a come sia stato possibile.
Vengono in mente alcune cose, vedendo questo “piccolo” film efficace, che mette a disagio, presentato nella sezione Rapporto Confidenziale che quest'anno si è orientata verso horror/thriller sulle angosce contemporanee (più o meno). Una è che poteva andare peggio. Un'altra è che ci vorrebbe poco da parte dei personaggi per interrompere quanto avviene, uno scatto di orgoglio, di buon senso, un ragionare in più. E invece quasi tutti sono, come prevedibile, proni a seguire ciò che dice loro di fare una presunta autorità. Inquieta ma non stupisce che il film sia ispirato (quasi fedelmente, a quanto ha affermato, presentandolo, Pat Healy, che interpreta il “maniaco”) a una serie di fatti realmente accaduti. Perché ciò che succede in Compliance è sì assurdo, ma plausibile ed evidentemente non solo a livello teorico. Non solo ci potrebbe riguardare (Becky), ma ci riguarda (Sandra e gli altri aguzzini, o quasi, per interposta persona).
Accompagnato da una parca colonna sonora di archi, girato in uno scope con qualche inquadratura ricercata (volti ai margini), intervallato da immagini “arty” di desolazione urbana, qualche piano sequenza tirato (forse un po' incongruo), inquadrature di cibo che bolle e della clientela nel fast food, ignara di quanto sta accadendo a pochi metri da loro, dove il film convince meno e cala è, paradossalmente, nel climax di ciò che succede alla ragazza. La scelta di alcune ellissi quando si arriva al sesso rende anche meno convincente il suo comportamento, il suo piegarsi ormai a ciò che si vuole fare di lei, sebbene ne sia poi accennata una spiegazione a parole. E per dirla tutta, lo spettatore maschile qualche volta è portato ad altri pensieri dal bel corpo di Dreama Walker, che fa Becky.
Il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=tVSn2Y4EzcM
A.V.

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 30 TORINO FILM FESTIVAL. BLANCANIEVES


Spagna/Francia 2012. Di Pablo Berger.
Carmen è una bambina figlia del famoso torero Antonio Villalta che, rimasto vedovo, si risposa con Encarna, donna calcolatrice, tra i personaggi più cattivi forse mai apparsi sul grande schermo (incarnata da Maribel Verdú, vista al festival anche in Fin). La piccola, alla morte della nonna, va ad abitare nella magione della coppia, per essere relegata a sguattera da Encarna e scoprire che la donna tiene Antonio segregato in una stanza, in attesa di farlo fuori per diventare ricca vedova senza rimpianti, mentre si intrattiene con un amante graduato. Scampata al tentativo di uccidere pure lei e persa la memoria, Carmen viene raccolta da una compagnia di nani girovaghi toreador. Con loro riprenderà l'arte della tauromachia, e diventata una prestigiosa torera, incontrerà il suo destino nell'arena insieme alla matrigna.
Dopo The Artist, un altro film muto contemporaneo, che infatti il regista e sceneggiatore è riuscito a “montare” solo dopo il successo del film francese. L'impressione è che chi non aveva amato quello non amerà neppure questo, e viceversa. Berger (e il suo montatore Franco) mostrano un'assoluta sicurezza nel narrare questa storia per immagini. Le inquadrature e la loro ricchezza sono da cinema moderno, la morbidità generale no. Il ritmo è elevato anche se il tono è spesso un poco troppo bamboleggiante, tra un sorrisone e l'altro della bella Carmen. Anche qui abbiamo un personaggio di animale simpatico, un gallo, che pur non facendo una bella fine sa di componente “alla” The Artist.
E' una vicenda ambientata nel passato, ma non sembra esattamente un omaggio ad un'epoca cinematografica, a meno che non basti, per definire il film così, la scelta di girarlo muto. O almeno, non lo è direttamente. Più che altro questa pare un modo, attualmente e probabilmente in modo effimero quasi di moda, di raccontare una storia, con le immagini a far da padrone. Può darsi che a qualcuno in più venga in mente che c'è una fetta di storia del cinema fatta “così”, di cui è possibile vedere i film anche ora senza patemi. Definirlo “bellissimo” o “capolavoro” (parola che ormai non si nega più a nulla), come è stato fatto, pare facile, definirlo “inutile”, dall'altra parte, altrettanto. Piacevole, lo è di certo. Ecco, magari l'inquadratura col padre che vigila dal cielo poteva essere risparmiata; la chiusura, invece, non è scontata.
A.V.
Il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=Z8QPtjNIb6A

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 30 TORINO FILM FESTIVAL. V/H/S


USA 2012. Di Adam Wingard, David Bruckner, Ti West, Glenn McQuaid, Joe Swanberg, Radio Silence.
Chi si rivede, l'horror a episodi. Non è l'unico nell'aria attualmente: The ABC's of Death, P.O.E. Project of Evil.... Peccato che la cosa migliore di questo V/H/S rischia di essere il manifesto, con le coste delle videocassette che formano un teschio.
La cornice è costituita dalle immagini di alcuni tizi che entrano in una casa per sottrarre una vhs. La casa è vuota, a parte un ciccione morto su una poltrona con davanti una tv accesa e svariati nastri. Qualcuno viene mandato in play e così noi vediamo i vari episodi. Il film inizia e dopo i primi minuti ci si mal dispone e ci si chiede: sarà tutto così? E' il trionfo di un cinema che se ne frega dell'estetica, con una camera a mano mai ferma, riprese sgraziate, effetti video e repentini salti spaziotemporali. Per fortuna no, non è proprio tutto così: il secondo episodio, per esempio, è girato in modo molto più pulito.
Il primo episodio, in pov con l'espediente di essere ripreso dagli occhiali-camera di un personaggio, vede alcuni ragazzi andare in discoteca e rimorchiare alcune pulzelle. Una di queste ha palesemente dei problemi, dato che si limita a ripetere “I like you” sgranando gli occhi. I maschi se le portano in appartamento per cercare di concludere, ma, sorpresa, la stramba si trasforma in un mostro assassino. Forse la cosa più affascinante è il finale su cui repentinamente si chiude.
Il secondo vede una coppia in viaggio in luna di miele tallonata da una figura femminile che di notte si introduce pure in camera loro (sequenza che, di per sé, funziona). C'è del potenziale -l'intruso mette in crisi sicurezza e fiducia della coppia- ma tempo di ipotizzarlo e il segmento si chiude con un colpo di scena brutale.
Il terzo mostra un gruppo di ragazzi che, in gita al laghetto fra le frasche, sono destinati a cadere sotto i colpi dell'assassino che notoriamente infesta il luogo, una presenza umana ubiqua e visualizzata come una sorta di rumorosa mandria di pixel, come fosse un difetto del sistema. Non esaltante, con uno sventramento che, come di prammatica, include l'estirpamento di un po' di intestino (non sarebbe ora di cambiare organo?).
Il quarto è forse il migliore e si distingue un po', anche se più per la concezione che per i risultati. Via webcam, una ragazza informa un amico-potenziale amante della presenza infantile che si manifesta talora in casa sua. E che, senza spoilerare, non compare per caso, così come lui non la sta conttattando casualmente. L'episodio è considerabile come una lettura di genere che cerca di infondere inquietudine in una pratica di oggi, come le comunicazioni via webcam.
L'ultimo episodio mostra alcuni ragazzi (cresciuti) recarsi ad una festa in una villa che (again) sembra vuota ma non solo cela persone intente in un rituale, ma si rivela pure “stregata”, in un crescendo caotico. E' il segmento meno violento, con elementi horror vecchio stile, che la butta sul paranormale ma il tutto, buttato così e con quella tecnica, non funziona granché.
Lasciando stare questioni di credibilità e di linguaggio (il riversamento su nastro di certe cose è espediente che va accettato come improbabile ed è chiaro che dev'esserci un'entità superiore che unisce tutto per darcelo come film), in definitiva V/H/S fa fatica ad incidere anche se qua e là può dare brividi -ma man mano, calando l'interesse, calano anch'essi-. A volte si ha l'impressione di assistere al dispiegarsi di pratiche di genere che, tra apparizioni e arti spezzati, diventa ripetitività, quando non prevedibilità (cosa succederà mai ai tizi nella cornice narrativa?); non sembra mostrare un buono stato di salute del genere e (per quanto può valere) non farà cambiare idea a chi non lo apprezza. Da un lato non ha molto da dire, dall'altro, a volte, quando ce l'ha, lo accenna soltanto. Ed è disseminato di personaggi iperparolacciari e giovani cazzoni che fanno un po' rimpiangere, rimanendo alle visioni festivaliere, l'horror adulto del Rob Zombie di The Lords of Salem.
A.V.
Il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=axravRclWqk

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 30 TORINO FILM FESTIVAL. FIN


Spagna 2012. Di Jorge Torregrossa.
Un gruppo di amici si ritrova dopo anni per una permanenza insieme in una baita. La notte, l'elettricità scompare, le auto non partono, i cellulari non parliamone. Isolati, il giorno dopo si spostano, ma non trovano altre presenze umane. Solo, occasionalmente, animali. Il problema che si pone ai personaggi non è il come sopravvivere, ma la progressiva, sistematica, misteriosa scomparsa nel nulla di componenti del gruppo. Questo mentre sotto la superficie di una agognata reimpatriata sono affiorate menzogne, solitudini, insofferenze, e soprattutto un segreto del passato legato ad un loro amico un po' ripudiato che ora è apparentemente assente ma aveva previsto tutto. Infatti, ha predetto e disegnato questa fine del mondo vista proprio dai protagonisti.
Film apocalittico dal trattamento drammatico, con giusto un paio di effetti speciali (o quasi), Fin vuole focalizzarsi sui suoi personaggi, posti in una situazione estrema ed, appunto, terminale. Come se l'apocalisse fosse l'enorme correlativo oggettivo di ciò che intercorre tra essi, come se l'infelicità, l'insicerità li portasse a spegnersi. In tal senso, è paradossale chi si salverà (forse), chi il film ritiene meritevole di continuare, essendo anch'essi personaggi che abbiamo scoperto condurre una messinscena. Però belli, giovani (più o meno) e non antipatici, se non altro.
Il problema è che una volta che si capisce l'antifona, ovvero che i nostri amici svaniranno uno alla volta, il film non riesce ad aggiungere qualcosa di davvero significativo. E scorre abbastanza piano, includendo quasi alla fine una scena inaspettata che però non sposta in su il risultato. Dopo di essa, nei dialoghi, un tentativo di filosofeggiare sulla vita (esistiamo solo per chi ci guarda e chi ci vuole bene, dice un personaggio. Viviamo e scompariamo, quel che conta è il mentre, sostiene l'altro). E' un film fatto di poco, come si suol dire, ma senza che questo si traduca in caratteristica positiva. Provaci ancora, Torregrossa (che comunque è riuscito a farsi distribuire dalla Sony spagnola). O forse no, boh.
A.V.
Il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=rnzJGepWXi0

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 30 TORINO FILM FESTIVAL. MANIAC


USA/Francia 2012. Di Franck Khalfoun.
Il giovane Frank (Elijah Wood: altro che Frodo) è un assassino di donne: dopo averle tampinate, usa far loro lo scalpo per appiccicarlo ad alcuni manichini provienenti dal suo negozio, componendo un harem fittizio e odorante morte che talora immagina composto da persone vere. Nel suo passato, come prevedibile, una madre indegna, pippatrice e donna facile. Nella sua vita compare una bella fotografa, Anna, interessata a usare i suoi manichini (quelli “sani”). I due iniziano a frequentarsi, mentre lui prova qualcosa per lei, la sente e vede diversamente dalle altre, non ennesima vittima ma donna decisiva. Inutile dire che non potrà accadere nulla di idilliaco tra i due e le cose precipiteranno.
Maniac era un film atteso e temuto dai seguaci del genere, per il suo essere remake di un cult “underground” del 1980 dallo stesso titolo -e il cui regista, William Lustig, figura qui tra i produttori- e per la scelta dell'attore protagonista con la sua faccia e aria un po' imberbe, ma che supera l'esame con piena sufficienza.
Il film fa una scelta di messinscena forte e pseudo-rigorosa: il nostro punto di vista è quello del protagonista, in soggettiva. Una soggettiva che qualche volta si rompe, per motivi di chiarezza o per scelte estetiche, di chiusura di sequenze. Ad esempio, l'inquadratura su Frank dopo l'omicidio della ballerina e più avanti, analogamente, durante quello della signora, lui che si ripensa insieme ad Anna in riva al laghetto, lui ragazzino che guarda la madre in vena di lascività. In questa modalità di regia, l'inquadratura più buffa arriva quando Frank si sciacqua il viso, gettando dell'acqua in camera. E' un film abbastanza forte anche grazie al suo essere in pov, ma non un incubo senza fine per chi guarda. Ciò che fa respirare di più lo spettatore è infatti la linea narrativa con la presenza di Anna, l'ipotetica salvatrice dell'assassino a cui chiaramente è concesso più spazio delle altre donne del film. D'impatto l'inizio e buona la concitata lotta a casa di Anna. Difetti (non grossi) che si possono imputare al film sono qualche sottolineatura di troppo (i già citati flashback dei due, il manichino di Frank bambino) ed accumuli horror (il tizio che improbabilmente si rialza dopo una mannaiata, l'incidente).
Conclusione, in un climax malato, con una sequenza di allucinazione gore. Curata la scelta dei brani in colonna sonora, anche se ormai si fa prima a notare un film in cui non lo sia.
A.V.
Il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=BPdzB1oGifw

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 30 TORINO FILM FESTIVAL. PAVILION


Usa 2012. Di Tim Sutton.
Premio speciale della giuria (ex-aequo con Noi non siamo come James Bond), Pavilion è un film che lascia masticanti un po' di amaro. Perché da un lato è più o meno quello che si poteva ipotizzare essere, dall'altro... poteva pure essere meglio. Sullo schermo, le giornate estive di alcuni adolescenti, tra biciclettate, skatate e camminate nei boschi, osservati da un punto di vista registico molto laterale rispetto a quanto va in scena, con una trama assai lassa. Si sarà intuito che siamo dalle parti di alcuni film di Gus Van Sant, da cui “Pavilion” è molto derivativo. Se vi sono piaciuti Elephant o Paranoid Park (che comunque sono film con un altro mordente), è pane per i vostri denti, o perlomeno vi troverete bene durante la visione; altrimenti si rischia di odiarlo.
Alcune inquadrature sono belle, e il film ad un certo punto sembra creare una qualche atmosfera da “estate come periodo magico e irripetibile-libertà dell'essere giovani-fase che si chiude”. Come suggerirebbe la linea narrativa del ragazzo che si trasferisce, e che però nell'ultima parte è agilmente sostituito da un altro. I personaggi infatti non sono approfonditi, consapevolmente e sono trattati un po' come un mucchio. Sono mostrati in quello che fanno, in gruppo o in momenti di solitudine, agganciandosi alla loro quotidianità, senza una storia forte che li muova. La musica è parca, con un bel motivo sognante che torna ogni tanto. Però poi il film finisce, dopo un'ora e dieci circa e un certo senso di insoddisfazione c'è. Oltre che, a conti fatti, un sospetto di furbizia nell'aver trattato certi temi con un certo stile, per un cinema che sfoggia immagini insolite e può suscitare consenso e meraviglia, ma facendo troppo riferimento a un padre nobile che su queste cose ha già dato e meglio.
A.V.
Il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=e2glgEVIB9M

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 30 TORINO FILM FESTIVAL. A LIAR'S AUTOBIOGRAPHY-THE UNTRUE STORY OF MONTY PYTHON'S GRAHAM CHAPMAN 3D


UK 2012. Di Bill Jones, Jeff Simpson, Ben Timlett.
Come avrebbe voluto essere ricordato Graham Chapman, componente dei Monty Python scomparso nel 1989? Senza riverenze e senza buon gusto, come sostenuto alla sua commemorazione funebre, di cui sono mostrate alcune immagini sui titoli di coda.
Scritto e diretto da tre registi che hanno coordinato il lavoro di differenti studi di animazione, è stato una delle visioni più ilari del festival. La storia “non vera” di Chapman è ispirata alla sua autobiografia ed è assolutamente non convenzionale e non facile da riassumere, dato il suo mescolare fantasie ed elementi di realtà in modo dissacrante, compresi vertiginosi (anche letteralmente: si prende e si va in cielo) passaggi tra “realtà” e immaginazione all'interno di questa pseudo realtà. Un elemento isolabile è l'omosessualità di Chapman, il suo coming out e la relazione duratura con un uomo. Il suo viaggio personale nella sessualità prima della presa di coscienza di essere gay è visualizzato come un viaggio a bordo di una vetturina a forma di genitali maschili su rotaie.
Il tutto è raccontato con diversi stili animati, a cominciare dalle figure bidimensionali con sopra le vere teste dei Monty Python, proseguendo con pupazzotti 3D, giungendo a una buona sequenza di incubo (relativa alla disintossicazione dall'alcool) con i tratti che riempiono le figure che si muovono incessanti. Nel complesso, è un melange che tiene e i cambi si notano realmente giusto all'inizio.
Premesso che chi scrive conosce poco i Python, l'impressione è di un film non rivolto necessariamente ai fans (sebbene si sia riconosciuta almeno una strizzata d'occhio lampo: un barattolo di carne Spam), ma forse a chi ha un sense of humour sbrigliato. La disinibizione la fa da padrona, tra sesso e riferimenti all'eiaculazione. Ed è un'ora e mezza di montagne russe, in cui la genialità si alterna a passaggi più a vuoto. Programmaticamente sovraccarico (in modo non così difforme da certa animazione mainstream), caotico, qualche volta insulso (le scimmie?) e pesante (la canzoncina finale che fa un elenco di tutte le malattie più repulsive). Lucidamente è difficile dirne male, ma è bene riconoscerne i limiti.
Cameron Diaz dà la voce a Sigmund Freud, protagonista di una parentesi, con un inglese molto accentato. La voce di Chapman, invece, è stata elaborata da nastri da lui registrati.
A.V.
Il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=dbW842eMNtI

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 30 TORINO FILM FESTIVAL. NOI NON SIAMO COME JAMES BOND


Italia 2012. Di Mario Balsamo. 
Mario Balsamo e Guido Gabrielli sono due amici di lunga data. Rievocano una loro vacanza, ripercorrono tappe del loro passato. Scambiano riflessioni, parlano di loro. E soprattutto di malattia. Perché Guido è sopravvissuto a una leucemia che lo ha cambiato e visibilmente smagrito, mentre Mario è stato operato per un tumore ad una gamba che gli dà ancora delle conseguenze. Lo spunto è la riflessione che dà il titolo al film: se Bond rappresenta la vita “come dovrebbe essere”, loro due, tra guai con la salute e un numero di donne limitato, ne sono agli antipodi. E Mario pensa sia il caso di chiederne conto proprio a Sean Connery, che prova a rintracciare al telefono, nella sua residenza alle Bahamas, lungo il film.
Vincitore del premio speciale della giuria (ex-aequo con Pavilion), Noi non siamo come James Bond è un documentario-autoanalisi e la storia di un'amicizia, ed include un inaspettato passaggio di metacinema, quando i due rivedono il film fino a dove si è arrivati e Guido si arrabbia perché la camera è rimasta accesa anche quando aveva chiesto che non lo fosse. “Ma è vita...”, risponde l'amico.
Se magari le premesse non sono delle più invitanti e il risultato potrà comunque essere odiato a morte da chi giudica i film italiani col metro del “può piacere/non può piacere all'estero”, il film non ci mette molto a stabilire una certa confidenza con lo spettatore. Perché la naturalezza, la sincerità con cui i due si mettono di fronte alla macchina da presa, un profondo senso di umanità, sono palpabili. Si avverte l'affetto di Mario verso Guido, persona che dice cose intelligenti anche se, in quanto personali, non sempre immediate, mentre è fatta capire la singletudine di Mario.
Scontata, comunque, la riflessione che sorge dopo l'attesa telefonata a Connery, che liquida fermo e gentile: anche i miti nascondono persone che invecchiano. In compenso, i due pranzano con Daniela Bianchi (che si presenta ancora bene) in carne e ossa. Non è grande cinema, ma qualcosa dentro la trasmette, in mezzo ai (e con i) sorrisi.
A.V.
Il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=MkkbfRlwcTI

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 30 TORINO FILM FESTIVAL. CRAZY & THIEF


Usa 2011.
Crazy e Thief sono i nomi fittizi di una bambina sui 7 anni e del suo fratello più piccolo, sui 2 (opportunamente sottotitolato). In giro per la città, in libertà, seguono una presunta carta celeste cercando ogni tipo di raffigurazione di stella. Incontrano un ragazzo con un occhio solo ed un uomo che tenta invano di farli riportare a casa. Ma i due pensano di avere ancora qualcosa da compiere: cercare una macchina del tempo, con sopra la stella di Betlemme... che poi è Bethlehem, in Pennsylvania.
Presentato nella sezione Onde, Crazy & Thief è diretto da Cory McAbee, che fa “recitare” i due figli (non per la prima volta) e firma anche la colonna sonora -bella, grintosa- col suo gruppo The Billy Nayer Show. E' un lavoro che suscita qualche tenerezza ma risulta meglio a raccontarlo, o meglio a ricordarlo, che non a vederlo. Strutturato in capitoletti con titoli dai riferimenti talora “epici” (come "Ciclope"), ci mostra la fantasiosa libera uscita di due infanti che si muovono in un mondo adulto, senza che quasi nessun adulto gliene chieda conto né altre figure umane entrino in ballo, esplorandolo e interpretandolo tutto a modo loro. Parafrasando il regista, si tratta di un percorso di ricerca impossibile e di scoperta basato su informazioni parziali o errate, come è accaduto nella storia e come, appunto, accade nell'infanzia. I tempi morti e le ripetizioni fanno parte del gioco, per tenere un approccio non da cinema tradizionale, così come una camera sgraziata, che va fuori fuoco.
Ma le premesse, pur trattandosi di un lungo gioco infantile, sono un po' astruse e pretestuose e la tenuta del tutto è un po' labile. Il film è parzialmente improvvisato e si sente talora la mano di qualcuno che guidi questi bambini nel succedersi delle cose che fanno: inevitabile forse, ma non funziona perfettamente, anche se i due bambini sono indubbiamente simpatici, specie lei.
A.V.
Il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=aFYB5hKzKV8

domenica 28 ottobre 2012

Io c'ero. Festival ed eventi vari. VIEWFEST 2012, Torino, 19-21/10/2012


Rendiconto di alcune visioni dalla manifestazione.
Tra i programmi composti da brevi film, la selezione dei finalisti dei VIEW Awards. Il premio Best Short per il contest VIEW Social è andato a Caldera di Evan Viera, l'unico corto segnalato col suo nome sul programma (a proposito: perché gli altri no?). Il viaggio fino all'oceano di una ragazza con problemi psichici. Un buon inizio con qualche immagine suggestiva di solitudine, ma poi si rivela al di sotto delle ambizioni e porta a pensare ai fatti propri. Miglior Cortometraggio, piuttosto meritatamente, è risultato Second Hand di Isaac King (visionabile sul suo sito: http://www.isaacking.net/animation.html), lavoro ecologista che mette a confronto la vita slow e dedita al recupero, anche ingegnoso, di una coppia non giovane con quella frenetica, nervosa, rumorosa e sprecona di un infelice vicino di casa. Efficace per design e suono, fa sorridere e ha un messaggio chiarissimo che arriva senza predicozzi. Premio per il Miglior Personaggio al delizioso, tenerissimo Krake di Regina Welker: una bambina si vede spuntare sulla testa una piovretta e convive con questo parassita (che, antropomorfizzato, si comporta similmente a un bimbo), che cresce di volume fino a diventare insostenibile. La bontà del corto non sta nello stile ma nella sua leggerezza brillante e dolce, che lo rende effettivamente adatto ad ogni età. Rew Day, dalla Bulgaria, vincitore per il Miglior Design, narra a ritroso la giornata costellata di sfighe di un tizio, che abbiamo visto concludersi col suo cadavere a prendere aria. Interessante anche La noria-The Waterwheel di Karla Castaneda, con i suoi personaggi tridimensionali che piangono un bambino defunto, fra tristezza, musica e visionarietà, senza parole (e un protagonista troppo ruminante).
Tra i lungometraggi, in contemporanea con la permanenza nelle sale è passato ParaNorman diretto da Sam Fell e Chris Butler, dalla casa di produzione di Coraline. Protagonista di questo film che nelle nostre sale ha incassato un'inezia rispetto ad altri film mainstream animati è un ragazzino introverso, appassionato di horror, che “vede la gente morta” e si ritrova incaricato dallo zio semi-barbone (doppiato in originale da John Goodman; ma il doppiaggio italiano, in generale, si fa digerire) di placare la maledizione in arrivo nella loro cittadina, costituita dal ritorno di alcuni zombies, causata da una strega. Affiancato inizialmente da altri personaggi (il suo bullo, il suo amico ciccione e nerd col fratello culturista e tonto, la sorella superficialona), Norman risalirà ai motivi del maleficio e affronterà fino in fondo la faccenda, riscattandosi e facendosi apprezzare.
Francamente non bello il design dei personaggi, che assomigliano a dei bambolottoni e pesa un poco quando, dopo tanto casino e umorismo, il film sente di dover tirare le fila facendosi serio e lanciando un messaggio. Però come cartoon horror e come film che si rivolge a un target anagraficamente largo, funziona abbastanza. Oddio: forse se si è adolescenti è meglio, ma allo stesso tempo non sottovaluta lo spettatore, intrattenendolo con dignità. Inoltre, non si finge che il sesso non esista e c'è un coming out che non può non stupire (almeno se si è digiuni delle relative polemiche: ma qui, stranamente, nessuno sembra essersene accorto). Visivamente si può rilevare la sequenza dell'ira funesta della strega, con stringhe di fulmini e il terreno che crolla sotto i piedi del protagonista. C'è una strizzata d'occhio iniziale a Grindhouse.
La serata del 9, dedicata ai Grimm, si è aperta con la presentazione dei dieci corti animati finalisti del concorso italotedesco Grimmland, del Goethe-Institut di Torino. I lavori sono visionabili e votabili da casa (c'è un premio del pubblico) all'indirizzo http://www.goethe.de/ins/it/lp/prj/gri/gra/itindex.htm. I più degni di nota: Little Red Riding Hood di Eleonora Diana che rielabora stravagantemente, con oggetti e cibi animati a passo uno, la nota favola, tra pomodori e sacchetti cattivi, con un finale da levarsi il cappello. Intelligente; Rapunzel di Gitte Hellwig, realizzato con una tecnica di bellezza e poeticità quasi commoventi, anche se i suoi vorticosi e lacunosi tratti neri ed il ritmo a cui si succedono lo rendono un poco faticoso; Il ginepro di Milena Tipaldo, Lucio Coppa e Giacinto Compagnone, che utilizza una voce narrante femminile costante e non lesina sul gore; Settecapretti di Dalila Rovazzani, simpatico e visivamente interessante, con le sue figure che sembrano vibrare sopra fogli a quadretti; il più tenero Dream's Shadow di Giorgia L.Velluso e Paola Costigliola, sulla fantasia infantile che combatte le ombre; I sette corvi di Corrado Genovese, che utilizza invece figure bidimensionali, un tratto infantile e didascalie, come fosse il disegno animato sviluppato da un bambino (forte la bambina che zompa sugli astri).
Dopodiché, il tributo all'animatrice tedesca Lotte Reiniger, pioniera famosa per il primo lungometraggio d'animazione della storia, con una selezione di “silhouette films”, i lavori a base di sagome nere nei quali era specializzata. Il muto Cenerentola è risultato uno dei migliori, più vivo, con inaspettati tocchi di umorismo che poi tenderanno a scomparire dalla sua produzione -una delle sorellastre che si mozza un pezzo di piede per farlo entrare nella scarpetta-. Il gatto con gli stivali, di tredici anni dopo, segna una notevole differenza con i suoi sfondi più curati. Molto carino L'oca d'oro, ridoppiato decenni dopo. Biancaneve e Rosarossa col suo nano cattivo, I tre desideri con la moglie sventurata al cui naso un incauto desiderio attacca una fila di salsicce, Hansel e Gretel e una efficace lotta con la strega, La bella addormentata nel bosco, Il principe ranocchio (gli ultimi cinque, tutti del 1954 e della Primrose Production, casa della Reiniger).
Quello della Reiniger è artigianato prezioso, probabilmente non più adatto al gusto dei bambini di oggi (e di questo non gliene si fa una colpa). I suoi film visti così in fila rivelano, alla lunga, una certa maniera e standardizzazione. Al termine, dopo tanto bianco e nero, un frammento, con sfondo e figure a colori, da una versione successiva del Principe....
A.V.
In alto, un'immagine da Second Hand.

domenica 14 ottobre 2012

Io c'ero. Festival ed eventi vari. LE GIORNATE DEL CINEMA MUTO 31, Pordenone, 6-13/10/2012


Giunte alla 31esima edizione, le preziose Giornate del cinema muto hanno celebrato il bicentenario della nascita di Charles Dickens con una grossa retrospettiva di opere tratte dai suoi libri. Tra le tante, l'Oliver Twist americano del 1922, con il Jackie Coogan appena stato Monello e un cattivissimo Sikes; una versione ungherese, narrata in flashback, più vivida, dove è più presente il personaggio di Monks, interpretato con occhi perennemente strabuzzati, che Oliver (ma van considerate le lacune). Un faticoso, abbastanza illustrativo David Copperfield del 1913, forse il primo lungometraggio inglese, il primo così lungo da Dickens, con però attori adeguati, un'efficace illustrazione delle violenze gratuite al protagonista bambino e una nota umoristica. Due brevi film celebrativi inglesi: in Leaves from the books of Charles Dickens l'attore Thomas Bentley si mette in scena nei panni di differenti personaggi, mentre Dickens' London ripercorre alcuni luoghi immortalati dallo scrittore e ne immagina certi personaggi oggi. Entrambi con la presenza di un Dickens rappresentato classicamente, con la sua barba.
Ancora dall'Inghilterra, non straordinarie ma assolutamente piacevoli, le commedie marine Sam's Boy e The Skipper's Wooing, per la sezione “W. W. Jacobs, narratore”, che ha proposto un ciclo di film tratti da opere dello scrittore realizzate dallo stesso regista (Horace Manning Haynes) e sceneggiatrice (Lydia Hayward). Il primo vede un bambino orfano attaccarsi al marinaio in età Sam, asserendo di essere suo figlio ed entrando a far parte dell'equipaggio di una nave. Sam, sempre più imbarazzato, scappa, e il ragazzino cercherà altri pseudo-padri. Il secondo narra di un capitano timido e innamorato che, con la sua sgangherata ciurma, cerca di rintracciare un marinaio datosi alla macchia dopo aver creduto di aver ucciso un uomo. Lo scomparso è il padre dell'amata, la quale ha anche un altro pretendente. Toni leggeri, umorismo non sbracato e un clima geografico e umano con cui si entra facilmente in confidenza.
Nella retrospettiva sulla produzione muta della bellissima Anna Sten, star russa (la cui carriera si è poi spenta a Hollywood), La ragazza con la cappelliera di Boris Barnet è risultato tra le migliori visioni della tranche di Giornate frequentata. La protagonista (bramata anche da un telegrafista), dopo un primo impatto negativo, offre il suo alloggio ad uno studente spiantato, facendolo passare per suo marito agli occhi della coppia di affittuari e datori di lavoro, e del comitato condominiale. Nell'ultima parte, prima che l'amore trionfi, entra in gioco un biglietto della lotteria vincente che, elargito come pagamento alla ragazza, sarà oggetto di spietata bramosia per il viscido padrone di casa. Per questo film prodotto per promuovere la lotteria di stato, Barnet dichiarò di voler lavorare con attori e messa in scena invece che focalizzarsi sul montaggio come altri colleghi del suo paese. Intenso con delicatezza (...almeno fino alle sequenze finali), come ben sottolineato dal tappeto sonoro di piano e percussioni, femminista in senso pienamente positivo, mostrando una protagonista bella, attiva, intelligente e simpatica (la Sten non amava essere “bambola”), da vedere anche per chi è restio al muto sovietico, perché leggero per toni e ancor più per contenuti (ma in linea con altri film del regista, a cui “Il cinema ritrovato” 2011 dedicò una retrospettiva): non sorprendentemente, la critica, all'epoca, non gradì.
Sempre con la Sten, dal Museo del cinema di Buenos Aires (da cui era già emerso il Metropolis semi-integrale) uno dei film ritrovati proposti quest'anno, My Son di Yevgenii Cherviakov, incompleto e proiettato, con scuse, in una copia “non professionale”, anche se sarebbe stato gradito almeno vederlo in 4:3 e non allungato. Una donna comunica ad un uomo che non è il padre del suo bambino. Prima di un turbolento accadimento nell'ultima parte, questo è il nucleo del film. Molto serio, misurato e con un senso di sospeso. Il dimenticato Cherviakov intendeva mettere in scena le passioni umane, attraverso il volto umano. Infatti il film contiene lunghi primi piani di grande intensità e che sembrano al contempo contenere un invito a essere decifrati. Memorabile un montaggio alternato tra un primo piano maschile e i chiodi di una bara che vengono battuti.
Stesso anno, stesso paese, La montagna incantata di Aleksandr Dovzhenko, nella sezione “Il canone rivisitato”, consapevolmente sconnesso “cine-poema”-inno all'Ucraina amato da Pudovkin e Eisenstein. Il film percorre momenti distanti della storia ucraina e del suo popolo, con un anziano contadino come trait d'union. Dopo dei ralenti iniziali che non predispongono benissimo si dipana un film che, più a riconsiderarlo a freddo che durante la visione, ha delle buone carte. Suggestivo e magico (il vecchio che vuole scacciare il treno credendolo un serpentone), coi consueti volti inconfondibili marcati URSS, serrate immagini di panorami urbani e di lavoro verso la fine, così come uno scarto grottesco che risveglia (il conferenziere che annuncia il suo suicidio sul palco).
Tornando ai ritrovamenti, highlight della sezione “Riscoperte e restauri” di quest'anno è stato Les aventures de Robinson Crusoé di Georges Méliès, in una copia più lunga di quella conosciuta finora e colorata a mano. Breve e folgorante spettacolo d'altri tempi, pienamente mélièsiano nella struttura, con vivaci colori stesi rozzamente che “squillano” sullo schermo, accompagnato da un commento originale recitato dall'attore Paul McGann. Altro film ritrovato, ma sicuramente meno entusiasmante, il piano dramma con suspance olandese De Bertha, con la star Anna Bios, una macchina per intercettare i telegrammi e una nave che rischia di essere costretta a salpare in condizioni pericolose.
Chi scrive ama il cinema comico muto e ha scoperto con Hands Up!, titolato da noi La bionda o la bruna?, l'attore Raymond Griffith, qui nei panni di un soldato-agente sudista che deve sottrarre un carico d'oro destinato altrimenti a rimpinguare le casse di Lincoln. Quello di Griffith è, a differenza dei maggiori comici americani dell'epoca, un personaggio furbo, un dritto che sa (quasi) sempre cosa fare e come cavarsela, intelligente e non simpaticissimo. La farsa è leggermente discontinua ma spesso da levarsi il cappello per le trovate comiche e i frequenti, veloci capovolgimenti di situazione.
Il ricostruito da varie copie The Spanish Dancer di Herbert Brenon, ha animato la serata del 9 ottobre, grazie ad un accompagnamento di chitarre, percussioni e viola che ha fatto vibrare la sala. La pellicola, con Pola Negri gitana coinvolta in un intrigo di corte, Antonio Moreno nei panni di un Don Cesare di Bazan di lei infatuato e condannato a morte, Wallace Beery come re Filippo IV e Adolphe Menjou cortigiano intrigante, è assolutamente godibile e scorre armoniosa, anche se si conclude con un “volemosebbene” un po' discutibile.
L'Italia è stata rappresentata con Gli spazzacamini della Val d'Aosta, produzione sabauda Pasquali Film con regista e attori (Cimara, Darville) di fiducia e il piccolo attore di culto per pochi intimi Tonino Giolino. Film che dovrebbe avere velleità di denuncia sociale, ma che del lavoro del titolo mostra poco, prendendo forma in un dramma di affetti a lieto fine. Quasi dignitoso anche se ingenuo.
Della misteriosa casa tedesca Apollo-Film-GmbH si è visto The Secret Castle/Miss Clever versus the “Black Hand", detective story con una protagonista che si traveste da tutto: statua, scolaretta, adescatrice d'uomini, e in cui si stagliano due momenti che fan ridere la sala: quando tramortisce un maramaldo permettendogli di passare con voluttà il suo muso sui capelli precedentemente preparati con una fiala e quando, durante la scalata di una parete, viene... aiutata da alcuni agenti, con mani messe “strategicamente”.
Nel programma di cinema delle origini, due frammenti di Méliès, una colorata danza “del ventaglio” di Lumière, una nuova selezione dalla Corrick Collection: La peine du talion, da cui è tratta l'immagine scelta per quest'anno, un dramma della Edison con inseguimento e incidente stradale, una veduta italiana, un danneggiato L'enfant prodigue Film d'art Pathé, il cui inizio è tra le cose più malmesse mai viste su schermo. Il programma di comiche (degli anni 10) sulla figura della suocera ha visto passare sullo schermo, tra gli altri, il francese Lucien Cazalis nei panni di Jobard e Caza, in due comiche simili in cui, per spavento e per una zuffa, teme di aver ucciso la suocera, il solito esagitatissimo Polidor, Ernesto Vaser alle prese con una donna che non ne vuole sapere di lasciare (e lasciar giacere) due sposi insieme, e infine la maliziosa The Making over of Mother, in cui un genero mette gli occhi inconsapevolmente sulla suocera.
Segnalabile la ventina di minuti superstiti, perlopiù danneggiatissimi, di Affinities, commedia americana del 1923, perché tra i titoli recuperati pochi anni fa al New Zealand Film Archive e per la parentesi narrativa (in buone condizioni) sulle relazioni allargate tibetane, in cui ogni donna che sposa un marito, sposa anche i suoi fratelli. Per ultimo, il trascurabile Le petit nuage, breve film muto nuovo di Renée George, che folgorata dal lavoro come aiuto caposquadra elettricisti sul set di The Artist ha girato in bianco e nero questo primo episodio del suo progetto 7 short films about love. Un amore che nasce fra i tavoli di un caffé e prosegue in un surreale volo su Parigi. Visivamente lindo, ruffiano e abbastanza vuoto e inutile, lascia come ha trovati, anzi un poco infastiditi.
A.V.

In alto, un'immagine da The Spanish Dancer aka La gitana.

sabato 28 aprile 2012

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 27 TORINO GLBT FILM FESTIVAL, 19-25/4/2012


Senza preamboli e focalizzandosi sulle cose effettivamente viste.
Senza dubbio il miglior film, tra quelli nuovi, per chi scrive è stato Beauty (Skoonheid) di Oliver Hermanus, in concorso. Sudafricano bianco, benestante, proprietario di una segheria, sposato ad una moglie verso la quale ha un atteggiamento freddo come per ogni cosa della sua vita, François è nascostamente gay (è solito ritrovarsi con altri come lui, che però sostengono “Non siamo finocchi”) e prova desiderio per il bel nipote, finché non gli appare la possibilità, mentendo e forzando le cose, di averlo. Di rado è stato portato sullo schermo un tale ritratto di incapacità di accettare serenamente la propria preferenza sessuale. Il film è come un lungo grido soffocato, di dolorosa bellezza, che mette in scena un'esistenza paurosa, dove non c'è amore e non c'è luce, non c'è spiraglio d'uscita ma solo repressione di sé e conformismo che formano una pentola a pressione umana verso cui si prova pena. Se la regia di Hermanus è di quelle distaccate e spietate, a base di inquadrature lunghe che non risparmiano nulla e contemplano i tempi morti nel seguire il protagonista – una impostazione da film d'autore non nuova, ma assolutamente efficace – , una parte del peso del film la regge quest'ultimo, un congruamente controllato e credibile Deon Lotz. L'inquietudine è sottile e persistente, messa a fuoco molto bene in sequenze come quella in cui François si lascia andare, smarrito, in discoteca. Non per tutti (contiene un paio di sequenze shock, quasi simpatica in sè la prima e disturbante la seconda; e uno spettatore giorni dopo: “È come due Ludwig messi assieme!”), con un finale forse sin troppo sospeso e simbolico, ma, se ne si coglie l'intensità, Beauty è notevole.
Il premio Ottavio Mai per il miglior lungometraggio è andato però a Prime Time Soap (A novela das 8) di Odilon Rocha, suo primo lungometraggio già vincitore per la migliore sceneggiatura al festival di Rio. Nel Brasile di fine anni 70, governato dalla dittatura militare, si muovono Dora, donna dal passato rovente che l'ha tagliata fuori da famiglia e affetti, a cui cercherà di riavvicinarsi dopo un gesto irrimediabile; Amanda, a cui fa da cameriera, prostituta frivola – ma destinata a maturare –, fan di “Dancin'Days”, telenovela che Rocha elegge a simbolo della possibilità di sognare in quel contesto ma che poteva essere presa pure come velo per ciò che accadeva nel paese; Caio, che è figlio di Dora e non lo sa e la cui omosessualità – tema non centrale nel film – sboccia nel flirt con il figlio di un importante medico; Vicente, ex compagno di Dora che ha optato per la militanza politica clandestina; Brandao, funzionario di polizia arrabbiato e violento. Stilisticamente corretto, è un film godibile, che emoziona a sufficienza, di taglio volutamente un po' popolare, catartico nel far vincere l'amore e la vita anche a scapito della credibilità. Ancora in concorso, il quantomeno discreto Keep the Lights On di Ira Sachs, Teddy Award all'ultima Berlinale: la relazione tormentata fra Erik, un documentarista aduso a cercare sesso occasionale e Paul, un avvocato ufficialmente etero che casca e ricasca nella dipendenza dalla droga. Molta sensibilità in un racconto che si focalizza sulla solitudine di chi aspetta l'altro e soffre, in questo caso il personaggio di Erik. Anche se le ellissi non evitano buchi (che fine fa la ragazza di Paul?) e il quieto realismo sfiora, prima della fine, la noia.
Nella sezione “Lesbian romance”, interessante Trigger, nuovo film di Bruce McDonald (Pontypool). Vic e Kat facevano parte di un gruppo punk rock e a distanza di anni dalla rottura non serena, la seconda ritrova la prima per convincerla a partecipare ad una breve reunion. Differenze caratteriali e vecchi rancori, ma anche confessioni personali in un film che si snoda lungo una notte e si conclude all'alba senza un climax né un amore che sboccia, ma semplicemente col recupero di un rapporto. Tanto dialogo, ovviamente e due buone attrici (poca musica, però): il risultato è una pellicola ad altezza uomo che fa simpatia e ha le carte in regola per piacere senza essere ruffiana. Con uno scarto onirico che fa sgranare gli occhi.
Anche Bye Bye Blondie, il nuovo film della Virginie Despentes di Baise moi, è la storia del riavvicinamento di due donne, che però erano effettivamente state amanti, da ragazzine. Gloria, ai ferri corti coi genitori e dedita ad isterie (Soko, “nuova regina del pop francese”: se ne prende atto), e Frances si conoscono in istituto psichiatrico e si piacciono anche se, una volta fuori, vien fuori che la prima è punk e l'altra skin. Molti anni dopo, la prima (Dalle) è una nullafacente, la seconda (Béart) una famosa presentatrice tv con marito gay, sposato per le apparenze. Si rivedono e riattraggono, ma Frances si vergogna dell'amante-mina vagante incapace di stare in società e la confina in una parte di casa sua. In parallelo scorrono le storie della coppia da giovane e di quella attuale. Si tratta in pratica di una commedia, che non scandalizza (e vabbè: le due coppie si baciano e strusciano vestite, anche se Clara Ponsot, che fa Frances da giovane, è sensuale), ma nemmeno graffia, se non in una sorta di colpo di scena quasi alla fine e certe scene giovanili suonano insincere. Gli elementi che catturano l'attenzione sono il corpo ingombrante di Béatrice Dalle e il volto tristemente limitato dal silicone di Emanuelle Béart.
Lesbiche pure in Joe+Belle, commedia nera, dall'Israele, che racconta il legame che nasce, e si trasforma poi in attrazione, tra una ragazza (letteralmente) matta e un'altra nel cui appartamento lei si è installata, dopo un omicidio non premeditato che le costringe a diventare fuggiasche, senza che la cosa rovini certo loro la vita. Le due ragazze funzionano e c'è qualche divertente momento stralunato. Il film è stato preceduto da un corto ungherese, Tough Girls Don't Dream, dallo spunto bello – un mondo in cui il sonno è proibito e sognare è concesso solo a professionisti tesserati che poi rendono i loro sogni visibili a tutti – ma deludente. 
Nella sezione Vintage si è visto Come mi vuoi, presentato dal regista Carmine Amoroso che (oltre a mostrarsi convinto che il film fosse del 1997 invece che di un anno prima) ha ricordato la fredda accoglienza da parte della comunità gay verso questo film di cui temeva non esistesse più una copia in pellicola e che avrebbe voluto girare Monicelli. In questa commedia con Enrico Lo Verso travestito che fa “innamorare” un Vincent Cassel poliziotto fidanzato di Monica Bellucci, alcune battute suscitano risate volontarie (così come certe uscite dialettali della Bellucci), ma il film, quantomeno acerbo, soffre di evidenti problemi di polso e ritmo e l'andazzo recitativo di Lo Verso – che pure, sostiene Amoroso, aveva voluto quel ruolo – non aiuta. Riscoperte più effettive, Amici complici amanti (1988) e Le amicizie particolari (1964). Il primo è scritto e interpretato da Harvey Fierstein – al pari della piece teatrale da cui nasce – , che impersona un protagonista troppo “checca”, smorfioso (penosa la scena con le pantofole a coniglio) e battutista, alle prese con i suoi amori, con una madre (Anne Bancroft) che non si fa una ragione della sua omosessualità e un figlio adottivo. È comunque un film gay mainstream riuscito e brillante. Il secondo, diretto da Jean Delannoy, è un pudico ma audace racconto di sentimenti castrati dall'alto, in quanto sconvenienti, all'interno di un collegio gesuitico. Fa sorridere il doppiaggio italiano che, in stile ventennio, nazionalizza i nomi francesi.
Tra i documentari, è stato riproposto Il “fico” del regime di Ottavio Mai e Giovanni Minerba (direttore del festival), ritratto di Giò Stajano, scomparso l'anno scorso, tecnicamente datato e povero e senza preoccupazioni di ritmo. Giò, che era diventato donna da una decina d'anni, si aggira (troppo) lungamente per la casa dei suoi avi e racconta un po' di sé, con consapevolezza e umorismo. In più, un blocco di alcune sue apparizioni cinematografiche. Schuberth-L'atelier della dolce vita di Antonello Sarno, invece, è un breve omaggio al sarto delle dive italiane anni 50 e 60, interessante per un micidiale aneddoto raccontato da Christian De Sica, per una Lollobrigida che dice le sue cose, guardando in macchina, didatticamente e soprattutto per i brani di cinegiornali in cui Schuberth è oggetto di frecciatone omofobe non da poco (per le quali, però, pare non se la sia mai presa).
Alessio Vacchi

Nella foto, Gina Lollobrigida ed Emilio Federico Schuberth.

domenica 8 aprile 2012

Comunicazioni di servizio. COMING SOON


Il prossimo aggiornamento del blog sarà il 29 aprile e incentrato sul Torino GLBT Film Festival (19-25 aprile).
A.V.

domenica 1 aprile 2012

The freak show. SHOCKING DARK



"Il patriottismo è la virtù dei perversi", diceva Oscar Wilde. Può darsi, ma dopo dozzine di film stranieri, mi sembra giusto spendere un paio di parole sui misfatti di casa nostra, anche perché proprio in Italia nacque, visse e morì un peso massimo del cinema "de genere", le cui pellicole sono oggetto di malsano culto presso i video-freak di mezzo mondo. Un uomo che non ha bisogno di presentazioni: signore e signori, Bruno Mattei! Al pari di tanti altri suoi colleghi, il nostro ha la sua cifra stilistica (quantomeno in riferimento ai generi che frequentò dalla fine degli anni '70 in avanti) nel fotocopiare spudoratamente film stranieri di successo, perlopiù a stelle e strisce, riproponendone versioni tarocche come il peggior venditore ambulante. Ciò che veramente colpisce del modus matteiano però (e che lo differenzia da gente come il compianto Joe D'Amato\Aristide Massaccesi) è la quasi assoluta assenza di rielaborazione e\o modifica dei materiali originali: gli unici picchi di originalità rispetto ad una data pellicola erano in genere elementi rubati ad un ulteriore film, spesso usati come plot secondario all'intreccio principale.
Shocking Dark (uscito in Italia come Terminator 2 nel 1990 per gabbare i più ingenui) è un perfetto esemplare di questo fenomeno di ibridazione: la trama è pesantemente ricalcata su quella di Aliens, al punto che intere sequenze, battute comprese, sono importate verbatim dal film di Cameron. Quando poi si tratta di "sorprendere" lo spettatore con un qualche twist, ecco entrare in scena una spia cyborg (elemento invero non estraneo alla saga degli xenomorfi) che rifà il verso a Terminator e per tutto il terzo atto accentra su di sé l'attenzione, relegando in secondo piano i mutanti a buon mercato creati dai fratelli Paolocci (massimi esperti nostrani di effetti speciali caserecci). Ora, detta così la pellicola sembrerebbe il sogno bagnato di qualsiasi teorico piparolo ed intrippato col post-moderno (quelli che osannano roba tipo Scream 3 o Death Proof perché sono film che parlano di film), ma dubito che la maggior parte di questi radical chic da videoteca digerirebbe con piacere la realizzazione ultra-economica o i dialoghi trapana-gengive con cui lo sceneggiatore Claudio Fragasso (altro nome "cult" per certuni) ha infarcito il pastone. Di suo, Mattei probabilmente non guardava i film da clonare o, se lo faceva, non prestava particolarmente attenzione: la sua regia mira al minimo indispensabile, con scene che spesso si riducono a totali statici con conseguente zoom sui primi piani. Minimo sforzo, minimo risultato. Ai più tenaci, consiglio vivamente di recuperarlo in inglese per poter gustare gli strafalcioni degli attori che cercano di sembrare 'meregani.
Emiliano Ranzani
Immagine da cooltarget.blogspot.com

The freak show. ROBOWAR



Una squadra di mercenari in missione nella giungla viene attaccata da una misteriosa entità che ne elimina i membri uno ad uno. Che film è? Se la vostra risposta è Predator e si fosse nei primi dieci minuti di Scream, ora sareste già appesi ad un albero con le budella a penzoloni. Al diavolo Hollywood: questo è Robowar di Bruno Mattei (applausi, prego)! Uscito nel 1989, a due anni dal prototipo a stelle e strisce, la pellicola vede il fusto americano Reb Brown (protagonista di Yor, Strike Commando, L'ululato 2 ed un paio di scadenti film su Capitan America) interpretare il ruolo che fu di Arnold "The Governator" Schwarzenegger, accompagnato da un paio di grantici caratteristi nostrani (Massimo Vanni e Romano Puppo) più alcuni figuranti etnici di importazione per dare al tutto un tono più 'meregano. I nostri sono parte di una squadra d'elite chiamata, in inglese, Big Ass Motherfuckers (alla lettera, "Grandi Figli di Puttana"), nomignolo che strappa sempre risate isteriche agli spettatori anglofoni, nonostante lo sceneggiatore Claudio Fragasso (in coppia con la moglie Rossella Drudi) si vanti di sapere benissimo come parlino gli americani: peccato che l'intero popolo degli Stati Uniti non sia d'accordo (se non ci credete, guardatevi il documentario The Worst Movie Ever). Inviati da non-si-sa-bene-chi a fare non-si-sa-bene-cosa (gli ordini sono molto vaghi) in una giungla pullulante di filippini, i B.A.M. seguono alla lettera la scaletta del film di John McTiernan, imbattendosi in cadaveri di soldati trucidati, prendendo d'assalto dei guerriglieri (aggiungendo così al gruppo una donna: in questo caso la bionda Catherine Hickman) e sparando alla cieca sul fogliame più e più volte fino all'entrata in scena del loro avversario, il prototipo di un androide da combattimento chiamato Omega-1. L'essere, costruito coi resti di un soldato morto in Vietnam (e qui si ruba da Robocop: come sempre, Mattei copia due film al prezzo di uno), è sfuggito al controllo dei suoi creatori e spetta ai nostri eroi il compito di fermarlo.
Al pari del successivo Shocking Dark, il film colpisce non tanto per la sfacciataggine con cui fotocopia altre pellicole, ma per come Mattei sia completamente incapace di ricrearne il feeling: la sua regia mira sempre al minimo indispensabile, senza alcun guizzo o invenzione; è inoltre interessante notare come, contrariamente a precedenti fatiche del regista (tipo Virus o Rats), Robowar sia privo di sangue ed effettacci, probabilmente vista l'esigenza, tipica dei tardi anni '80, di avere prodotti più pacati per il mercato televisivo. Per il resto, poco da dire: gli attori fanno quello che possono, le scene d'azione sembrano uscite da un episodio di A-Team (anche se qui la gente muore, ma amen) e la colonna sonora firmata Al Festa consiste in larga parte da un irritante motivo di suspense ed un brano hard rock da discount. A dispetto del basso budget, l'androide (altra creatura dei fratelli Paolocci) non è malaccio da guardare e, più in generale, è d'uopo ammettere che l'intera pellicola ha certamente più dignità di cose come Watchers 3. Come direbbe lo Zio Francesco di Non si sevizia un paperino: “viva l'Italia, figghio!”.
E.R.
Immagine da http://mrgablesreality.blogspot.it/2010/09/bad-movie-review-robowar-1988.html

Il trailer http://www.youtube.com/watch?v=onbkXlzzywU

The freak show. CARNAGE ROAD


Su dvd Quantum Leap (GB).

Sapere chi è Massimiliano "Max" Cerchi non è probabilmente motivo di vanto, nonostante la rarità del pugno di filmetti straight-to-video da lui realizzati a cavallo tra la seconda metà degli anni '90 ed i primi giorni del nuovo millennio. Chi scrive scoprì la sua esistenza nel 2001 tramite uno speciale di Rai Sat dedicato al cinema di "serie B" (parole loro, non mie) che vantava interviste a gente come Lloyd Kaufman, Brian Yuzna e Andreas Schnaas: ma ora basta parlare di me. Napoletano verace, qualunque cosa questo significhi, Mr. Cerchi ha dato il via alla propria carriera di regista e produttore dopo essere immigrato negli USA e aver fondato la propria casa di produzione, la Rounds Entertainment ("Rounds" vorrebbe significare "Cerchi" nelle sue intenzioni): tutto questo, però, non prima di essersi appropriato della paternità di "Plankton" del povero Alvaro "Al" Passeri che, da quel giorno in poi, sarà sempre considerato come uno pseudonimo del diabolico Massimiliano (a questo punto potrebbero nascere battutacce sui napoletani e la loro propensione al furto, ma sorvoliamo). Carnage Road è la quarta opera della Rounds dopo i precedenti Satan Claus, Hellinger e Kendall Ransom: Bounty Hunter, realizzata nel 2000 nel deserto del Nevada dopo il trasferimento di Cerchi da New York a Las Vegas: trattasi nient'altro che di un becero slasher, fortemente debitore di Non aprite quella porta, Le colline hanno gli occhi e qualche spruzzata dei vari Venerdì 13 tanto per gradire. I protagonisti dovrebbero essere un pugno di studenti di fotografia impegnati ad esercitarsi (e cazzeggiare) nelle lande desertiche, ignari che la zona sia il territorio di caccia di QuiltFace, un leggendario maniaco omicida armato di machete e con un patchwork di pelle umana a celargli il viso.
La trama sentita e risentita è forse l'ultimo dei problemi per questo filmino dilettantesco girato in digitale (ad occhio e croce, con una Sony VX1000 ogni tanto dotata di un pessimo convertitore grandangolare); anzi, diciamo pure che ce n'è per tutti e non si sa nemmeno da dove cominciare: attori da recita scolastica, suono pessimo, effetti speciali che non sono speciali nè di effetto, montaggio pedestre, immagini inguardabili, musiche che sembrano suonerie da cellulare e, last but not least, una regia colma di lacune, del tutto incapace di costruire anche la più banale delle sequenze (non è un caso che molte scene siano realizzate con poco più di un'unica, traballante ripresa in continuità). I lettori di Fangoria Magazine (storica rivista horror a stelle e strisce) riconosceranno la maschera del "mostro" come una delle tante che, ai tempi, si potevano comprare per corrispondenza per cinquanta dollari o meno. Dopo essere incappato in una serie di beghe legali e finanziarie, Cerchi ha fatto armi e bagagli e si è trasferito dapprima in Thailandia e poi in Brasile dove realizza video porno a tema transessuale: come si dice, chi l'ha dura, la vince.
E.R.

The freak show. PLANKTON


Su dvd Stormovie.

Un film ridicolo: diciamolo subito e senza giri di parole. Conosciuto anche come Creature dagli abissi, Plankton (AD 1994) è il brain-child di Alvaro "Al" Passeri, specialista di effetti ottici e meccanici di film come Ator e I guerrieri dell'anno 2072 oltre che una persona sicuramente affezionata ad un certo tipo di cinema: ma nonostante la simpatia (il nostro continua ancora adesso a provare a fare film), il film resta indifendibile. La storia (più un abbozzo di trama) parla di un gruppo di ragazzi che, a bordo di un gommone, si perdono in mare aperto durante una tempesta, solo per imbattersi in uno yacht abbandonato dove venivano condotti strani esperimenti di genetica: nella sconclusionata sequenza d'eventi a seguire, alcuni saranno aggrediti dai mutanti, altri diverranno a loro volta mostri sanguinari.
Molti film del genere sono realizzati in ristrettezza economica, ma Plankton, girato com'è nelle tre stanze di una barca, è ufficialmente al di sotto della soglia di povertà e vedere la vicenda ciurlare nel manico in un paio di metri quadri instilla uno strano mix di sensazioni, nessuna delle quali positiva nemmeno per un film dell'orrore. Gli attori sono corpi animati che ciarlano battute allucinanti, la fotografia è inesistente, il montaggio stopposo e la regia di Passeri lascia quantomeno perplessi, soprattutto a causa degli assurdi inserti di mostruosità ittiche assortite con cui il film è periodicamente intervallato senza soluzione di continuità. "E gli effetti speciali?", direte voi? Beh, diciamo che, mentre a quelli meccanici si può dare una stiracchiatissima sufficienza (il famoso "6 politico"), il grosso degli effetti ottici è da bocciare sonoramente. Per chiudere, un film che forse nemmeno i cultori del trash possono digerire: e ciononostante un certo Massimiliano "Max" Cerchi (che forse o forse no lavorò in questo film in un ruolo non specificato) si appropriò alcuni anni dopo della paternità dell'opera (secondo lui, "Al Passeri" è un suo pseudonimo) per lanciare la propria carriera di cineasta low-budget negli USA. Ma questa, come si dice, è un'altra storia.
E.R.
Immagine da zetamovies.org.

The freak show. PIECES

Su dvd Stormovie.

La motosega. Un attrezzo da lavoro che da almeno quarant'anni è entrato nell'immaginario orrorifico come brutale strumento di tortura e morte. Tuttavia, le pellicole che vedono la regina dei ferramenta realmente impegnata a spargere sangue e frattaglie a secchi si possono contare sulle dita di una mano mozzata - e no: "Non aprite quella porta" (quello del '74 - i remake sono tabù da queste parti) non fa parte di questa cerchia e chiunque vi dica il contrario dovrà essere obbligatoriamente bollato come "poser". Pieces è già più degno di essere incluso in questo gruppo, anche se bisogna precisare una cosa: Pieces non è un capolavoro. Nè un gran film. O un film memorabile, se lo chiedete a me. Pieces è un filmetto da drive-in, caricato con una buona quota di tette e plasma perchè i soldi dei distributori esteri cambino di mano. Pieces non ha grandi pretese, mira basso e solo per questo, forse, si può dire riuscito.
Girato in Spagna (con ambientazione americana), la pellicola va dietro al fenomeno degli slasher movies dei primi anni '80, anche se i palati più navigati non faranno fatica a distinguere un gusto decisamente più europeo, se non propriamente iberico, nella messinscena: l'attenzione alle grazie delle attrici ha sicuramente un che di latino, ma forse è il terrificante doppiaggio inglese a fare da sirena d'allarme prima di qualunque vezzo di regia. La storia è presto detta: un maniaco vestito come The Shadow (cappellaccio nero e sciarpa a coprirne il volto) aggredisce ed affetta come tronchi d'albero le studentesse di un college, portandosene via ogni volta un pezzo diverso. Che ci farà mai? Chi ha già visto Blood Feast, Gli orrori del liceo femminile o anche Resurrection (quello con Cronenberg che fa il prete) sa già la facile risposta, ma il tenente Bracken (il Cristopher George di Paura nella città dei morti viventi) ci metterà comunque più di un'ora a scoprirla. Il regista, lo scomparso Jean Piquer Simon (che qui si firma J.P. Simon - da leggersi come "Saimon" - per sembrare 'meregano), dirige con la tipica mano del televisivo vecchia scuola senza alcun virtuosismo di sorta: la macchina da presa è generalmente statica, il campo medio a meno che non sia strettamente necessario fare altrimenti. La drammaticità va a spasso e la tensione è in perenne pausa caffè, in compenso lo splatter, di quello grumoso e senza rimorsi, è sempre pronto ad andare in scena con sangue ad ettolitri e veri quarti di maiale (è pur sempre la Spagna del 1982) a fare da controfigura alle varie actrices. Ciononostante, Simon, che se la cava decisamente meglio di Herschell Gordon Lewis ma non è Lucio Fulci, non sembra interessato ad essere particolarmente morboso ed il tutto ha un che di scolastico. I tentativi di humour (come il clone sfigato di Bruce Lee) lasciano perplessi, ma ci pensano i momenti di ridicolo più o meno involontario, su tutti l'assassino in ascensore con la motosega nascosta dietro la schiena, a strappare qualche risatina.
E.R.

The freak show. SLUGS


Su dvd Starz/Anchor Bay (regione 1).

A molti di voi il nome Shaun Hutson non dirà niente immagino, ma non è un problema: sono qui per questo. Inglese e fiero di esserlo nonostante la cronica misantropia, Hutson è uno scrittore nato professionalmente con truci romanzi di guerra e tuttora attivo nel campo dei thriller, anche se nella sua ormai trentennale carriera il nostro ha operato in vari generi con almeno cinque diversi pseudonimi, uno dei quali è ancora segreto. Tuttavia, è alla narrativa horror, alla quale si dedicò tra gli anni '80 e '90, che il feroce Shaun deve la sua fama, quest'ultima cementata su uno stile diretto ed esplicito (ma più ricercato rispetto a gente come Richard Laymon) che lo ha portato a ricevere appellativi come "lo Shakespeare del Gore". Fanatico cinefilo, il signor Hutson ha diverse volte dichiarato di essere stato ispirato più dal cinema (in particolare da Sam Peckinpah) che non dalla letteratura: è perciò quantomeno ironico che nessuno dei suoi romanzi sia stato ancora adattato per il grande schermo all'infuori del suo debutto nel genere a cui questa rubrica è dedicata (sì, esatto: il musical fetish a sfondo sociale). Slugs - Vortice d'orrore (AD 1988) è un'altra creatura dell'iberico Jean Piquer Sìmon (lo stesso di "Pieces" e del successivo La "cosa" degli abissi), che questa volta gira (parzialmente) sul suolo americano e, forse ispirato dall'aria USA, confeziona un prodotto dal feeling decisamente meno europeo. Il risultato finale è e resta un mediocre b-movie dal quale Hutson stesso ha sempre mantenuto le distanze: "un film di merda" è in genere l'epiteto che preferisce per questo suo scomodo nipote.
La trama è quella del classico eco-vengeance: una nidiata di lumache carnivore, mutate dai rifiuti tossici di una vecchia fabbrica, inizia a cibarsi degli ignari abitanti di una pacifica comunità di provincia. A dispetto dell'opinione di Hutson, Slugs non è così male: ovvio, la premessa è quantomeno ingenua ma la storia fila liscia e con solide iniezioni di splatter che mantengono vivo l'interesse dello spettatore. Simon, da mestierante qual'era, continua con il suo stile televisivo, ma, anche grazie al direttore della fotografia Julio Bragado, il film riesce a camuffarsi piuttosto bene da filmaccio USA. Le feroci lumachine, poi, rappresentate come viscidi piranha di terra, instillano un'onesta dose di ribrezzo ed orrore, specialmente quando si punta sul grande numero. Nonostante il ridicolo di molte scene, i trucchi degli fx-men spagnoli colpiscono nel segno, con lo zenit del gocciolante e del sanguinolento toccato da un povero disgraziato a cui esplode la testa dopo aver inavvertitamente mangiato dell'insalata in cui si erano annidiati i letali gasteropodi del titolo. Il finale ambiguo lascia aperta la possibilità di un sequel mai concretizzatosi, quantomeno al cinema: tre anni prima del film, infatti, Hutson aveva dato alle stampe un secondo episodio intitolato Breeding Ground, ma, visto l'esito di questo primo adattamento, sicuramente fu felice che nessuno ne comprò i diritti.
E.R.

Il trailer http://www.youtube.com/watch?v=JvS3ZXZRSsk

The freak show. LA "COSA" DEGLI ABISSI

Tit. or.: The Rift. Spagna/USA 1990.

La breve moda del thriller subacqueo di fine anni '80 non significa solo The Abyss, Leviathan o La creatura degli abissi: pure gli spagnoli ci cascarono, aggregandosi alla fallimentare comitiva con "La cosa degli abissi" (altrimenti noto come The Rift o Endless Descent) diretto dall'alfiere dell'exploitation iberica Jean Piquer Simón. In questa iterazione del succitato concept, un sofisticatissimo sottomarino americano denominato Siren I sparisce nelle profondità oceaniche. I militari allora organizzano una missione di salvataggio, spedendo l'ingegnere responsabile del progetto ed una squadra militare sulla rotta del mezzo scomparso, a bordo del succedaneo Siren II. Nella loro ricerca, i protagonisti si imbattono in una nidiata di mutanti di varia natura, frutto di un segretissimo progetto di ingegneria genetica celato in un labirinto di grotte sottomarine.
Alla luce di questa sinossi, è chiaro come il titolo italiano sia dannatamente fallace (in quanto le "cose" sono più di una), ma è il male minore. Passiamo ai fatti: dopo aver rincorso lo slasher americano con Pieces e aver fatto incazzare Shaun Hutson adattando il suo viscido eco-vengeance Slugs, Simón gira quello che è fondamentalmente l'ennesimo clone di Aliens, con le sole iniezioni di splatter ('stavolta nemmeno troppo copioso) a differenziarlo un minimo dalla mischia. Nonostante il budget apparentemente più alto rispetto alle fatiche precedenti, gli effetti sono poco speciali, anche se alcune trovate, come le alghe carnivore, mettono di buon umore: evidentemente, il grosso dei fondi era servito per pagare le buste paga di attori come Jack Scalia, Ray Wise ed il leggendario R. Lee Ermey (il sergente istruttore Hartman di Full Metal Jacket, che qui interpreta un eroico capitano), gente non famosissima ma comunque conosciuta. Per il resto, tutta ordinaria amministrazione.
E.R.